Memorie di un pilota triestino del 4°Stormo

Ho scritto questi appunti per accontentare un mio caro amico medico e scrittore dopo insistenze durate parecchi anni.
La causa del mio rifiuto è dovuta alla mia labile memoria che mi avrebbe fatto dimenticare tanti sublimi olocausti ed epiche gesta compiute da tanti eroi.
Chiedo quindi perdono alle loro anime e scusa ai pochi sopravvissuti se mi sono deciso a raccontare soltanto alcuni fatti inerenti la mia persona.
Gen. S.A. Aldo GON

A Trieste prima dell’arruolamento
Quando il mio amico Alfredo ebbe finito il periodo di servizio militare quale sottotenente di complemento in Fanteria, rientrato a Trieste mi disse: “ti te anderà in Aviazion” e “ti te xe mato nela testa” risposi. Ha impiegato molto tempo e molte parole per esaltare gli aviatori che aveva avuto modo di conoscere a Gorizia, prima di convincermi ad andare con lui all’idroscalo per consultare, se lo avessimo trovato, un bando di concorso per Allievi Ufficiali Piloti.
Ero restio a farmi persuadere perché desideravo fare il servizio militare negli Alpini in quanto mi piaceva molto la montagna. Avevo avuto la fortuna di andare in roccia con l’insuperabile Comici che aveva qualche anno più di noi che formavamo un piccolo gruppo di appassionati a cui regalava la sua grande esperienza.
Era facile raggiungere la Val Rosandra a piedi o in bicicletta perché dista solo 5/6 chilometri dal centro di Trieste. Quando Comici decise di associarsi al C.A.I. rimanemmo senza la nostra guida e dopo alcune sfortunate arrampicate, che ci costarono la perdita di due amici, decidemmo di smettere, ma non abbandonammo la montagna.
L’organizzazione dei giovani fascisti ci dava la possibilità di praticare tra gli altri gli sport invernali e addirittura il conseguimento del brevetto di pilota di aeroplano (primo grado).
Scelsi lo sci e feci bene perché, oltre a piacermi molto, mi diede l’opportunità di essere richiesto da molti dopolavori rionali per partecipare alle varie gare cittadine, provinciali e nazionali. Tutto ciò mi procurò il vantaggio di essere ben visto dalle ragazze (le nostre mule) durante le feste da ballo che si svolgevano tutte le settimane ed anche lo svantaggio di frequentare poco la scuola. Altro vantaggio rappresentava il fatto che ci sentivamo tronfi quando la gente per strada ci guardava come oggi si guarderebbero gli astronauti dato che marciavamo con gli sci in spalla.
Alfredo, visto il bando di concorso per l’ammissione ai corsi della Regia Accademia Aeronautica, si infervorò e riprese ad insistere per farmi fare domanda; al mio netto rifiuto dovette ripiegare e chiedere un bando per Allievi Ufficiali Piloti che io avrei accettato perché gli volevo molto bene. A rattristarlo fu proprio tale bando perché si riferiva a corsi per Sottufficiali ed io avevo superato l’età massima per poterli frequentare.
Non ne parlammo più ma dopo qualche mese, mentre mi trovavo nella mia stanza a studiare, venne da me mia sorella e preoccupatissima mi chiese cosa avevo fatto di male dato che alla porta c’erano due carabinieri che volevano parlarmi. Devo ammettere che un po’ discolo lo ero, ma non avevo mai commesso un reato contro la legge; sì, andavo poco a scuola, mi piaceva la compagnia delle ragazze, i balli e le gite in montagna mi toglievano il tempo di studiare, tuttavia me la cavavo bene. A quei tempi si potevano dare tutti gli esami a ottobre per assenze all’Istituto Industriale ed io per cinque anni ho dato gli esami a fine estate.
Durante le vacanze estive mi davo molto da fare: mi alzavo molto presto per andare al mare a fare una nuotatina e ritornavo a casa a studiare. All’ultimo anno dovevo rispettare un rigido orario: dovevo essere a casa per le nove e presentarmi alla finestra per dimostrare alla ragazza di turno che ero presente. Abitava quasi di fronte al mio palazzo e mi controllava ogni due ore, se mi accadeva di essere assente al suo controllo non usciva con me alla sera.
Era una bellissima ragazza friulana di un anno o due più di me, mantenuta da un “vecchio” di quarant’anni! Mi aiutò molto e forse devo a lei se superai gli esami positivamente. Morì di TBC mentre ero lontano dalla mia città.
I carabinieri comunque non erano venuti a cercarmi per una mia malefatta; volevano soltanto informazioni sul conto mio e della mia famiglia per una domanda che avevo inoltrato e non vollero precisarmi di quale argomento si trattasse né a chi fosse stata inoltrata.
Lo seppi poco tempo dopo quando ricevetti l’avviso di presentarmi all’Istituto Medico Legale che a quel tempo si trovava a Firenze. Evidentemente la domanda per frequentare il corso di pilotaggio l’aveva spedita Alfredo a mia insaputa e firmando per me.
La visita si svolse un po’ irregolarmente e superficialmente al contrario di quelle successive in altri istituti, dove ho sempre dovuto lottare per essere dichiarato idoneo.
Consapevole di essere leggermente astigmatico avevo corrotto, con poche lire, un infermiere che mi aveva copiato la caratteristica tabella piena di lettere di diversa grandezza che gli oculisti fanno leggere ai pazienti per le visite superficiali. La imparai a memoria e tutto andò per il meglio. Meno buono si rivelò il fatto che mi consegnarano il foglio di viaggio per presentarmi immediatamente a Parma, concentramento di tutti gli Allievi. Non avevo con me gli indumenti utili per ventiquattr’ore, così partii per Trieste al fine di provvedere al bagaglio necessario e per salutare i miei familiari.
 

Alla scuola di volo
Appena arrivato a Parma ebbi subito una sensazione di contentezza; trovai un centinaio di ragazzi briosi e felici malgrado la sistemazione di emergenza in una caserma dell’aeroporto. Non trovai subito un posto per sistemarmi ma due miei compagni di scuola, arrivati qualche giorno prima, collocarono una branda vicino ai loro letti sotto una grande finestra.
Il comandante dell’aeroporto è stato molto severo con noi: ci diceva sempre che prima di essere Ufficiali Piloti dovevamo essere dei veri uomini. Proveniva dalla cavalleria e tutte le mattine, dopo aver fatto una bella cavalcata, ci beava con le sue esibizioni acrobatiche su un G 8 facendoci dimenticare le nostre delusioni per non avere ancora visto gli aerei su cui avremmo dovuto volare; erano nascosti in grandi hangar che erano serviti per ospitare i dirigibili al tempo della prima Grande Guerra. Passammo tutto il mese di settembre a fare istruzione militare con grandi marce, a frequentare lezioni teoriche, a consumare il rancio con le gavette facendo la coda insieme agli avieri di leva anche sotto la pioggia.
A fine mese mi fu concesso di tornare a Trieste per sostenere gli esami. Non avevo ancora visto un aeroplano da vicino ma sul petto della mia bella divisa da Allievo avevo puntato l’aquila da pilota (senza averne diritto); volevo far colpo sulla mia ex professoressa di francese che non mi vedeva da tre anni ma che si ricordava bene di me; quando mi vide, con un sorriso angelico ed alzando le braccia al cielo, esclamò: “Cielo, tutto avrei pensato, ma che gli asini volassero proprio no”. Mi abbracciò e mi rese felice. Era una bella donna, attraente, sulla cinquantina, con una chioma rossa tiziano che faceva voltare la testa a tutti gli uomini che incontrava; le sue maggiori doti erano la bontà, la psicologia e la spiritosaggine. Diventammo amici più tardi, quando alla fine di una riunione di compagni di scuola, l’organizzatore ci disse di andare il giorno seguente a trovare la “baba di francese” che stava poco bene.
Andammo in nove e lei ricevette i primi otto con un: “grazie caro” ma quando arrivai io mi abbracciò ed esclamò: “caro il mio…” e pronunciò il mio nome.
Da quel giorno le visite si fecero settimanali e se ritardavamo, arrivava la letterina di rimprovero per me e mia moglie, dato che anche lei si era affezionata a questa ormai vecchia signora.
Abitava a Trieste ma svernava a “Gorizia la Santa” ed un giorno, recatomi in quella città per servizio e quindi indossando l’uniforme, andai a farle visita e la invitai a fare una passeggiata. E noto che Gorizia sia sede di molti raduni di ex combattenti ed i cortei si susseguono abbastanza frequentemente. Quel giorno sono stato testimone di un episodio degno di De Amicis: accettato l’invito, e dopo essersi sistemata la immancabile strisciolina di velluto intorno al collo, uscimmo. Nel corso della città incontrammo uno dei tanti cortei con gagliardetti e bandiere e lei mi si strinse tanto forte che la sentii vibrare come una corda di violino tanto era grande la sua commozione scaturita dal suo alto senso patriottico. Devo dire che tale sentimento imperava nella maggior parte delle donne triestine.
L’essermi presentato alla commissione di esami indossando la divisa da aviatore mi ha sicuramente giovato; ho trovato negli esaminatori tanta disponibilità e molta benevolenza. Sono diventato perito industriale. Rallegrato e felice mi sono sentito tanto leggero che avrei potuto volare anche senza areoplano.
Giunto a Parma trovai il gruppo di allievi molto sfoltito; la maggior parte era partita per altre sedi di scuole di pilotaggio e con loro, altri provenienti da altri centri di reclutamento. I miei compagni di scuola avevano deciso anche per me di rimanere a Parma nella speranza di incominciare subito a volare e diventare piloti prima degli altri. Erano già state formate cinque squadre di sette allievi e avevano effettuato alcuni voli prima del mio arrivo.
Il giorno seguente iniziai a volare anch’io: è stato meraviglioso! Indossato il paracadute ed il grosso casco di sughero rivestito di pelle seguii, con tutta la mia attenzione i suggerimenti del mio istruttore che insistette molto di stare leggero sui comandi. Salii sul veivolo AS I aprendo una piccola portiera come quella di una spider e attesi in ansia il mio battesimo del volo.
Dopo alcuni metri di rullaggio decollammo ed io mi sentii una rondine con i polmoni insufficienti a contenere l’aria che respiravo, tanta era l’emozione. Intanto l’istruttore durante il giro di campo mi indicava i punti di riferimento e la quota che avrei dovuto mantenere per un buon avvicinamento al campo di atterraggio. Non ho mai toccato i comandi. Finito di volare, l’istruttore radunò la squadra e dopo essersi lamentato del comportamento in volo degli altri disse che l’unico a diventare cacciatore sarei stato io.
L’affermazione mi meravigliò e mi rese perplesso; stare leggero sui comandi è una cosa ma non toccarli affatto è un’altra e lui avrebbe dovuto accorgersene.
Nelle altre squadre regnava il buon umore e, finito il volo gli allievi andavano al bar con gli istruttori; il nostro, sempre accigliato, se ne andava senza salutarci.
Il giorno seguente non toccai i comandi e alla fine del volo mi rivolse ancora i suoi complimenti e così, dato il mio carattere un po’ fatalista, continuai a non toccarli per tutti i voli successivi e mi limitai a seguire attentamente le manovre che faceva specialmente in atterraggio.
Al compimento delle due ore e quaranta minuti di volo, mi accompagnò dal comandante della scuola per dirgli che ero pronto per il decollo. Il comandante era un capitano piuttosto vecchiotto per i gradi che rivestiva e non sapemmo la sua provenienza mentre eravamo a conoscenza di quella del nostro istruttore: aveva partecipato alla guerra 1915-18 con il grado di sergente pilota e fu richiamato in servizio col grado di sottotenente dopo essere stato a casa diverso tempo.
Per fortuna il capitano, sentito le ore di volo che aveva effettuato (o che avrei dovuto aver fatto), disse che era troppo presto per farmi decollare e prima di provare se ero pronto avrei dovuto raggiungere almeno le quattro ore di doppio comando. A questo punto decisi di non toccare i comandi durante il giro di campo dato che mi sembrava tanto facile, e di prenderli prima dell’ultima virata necessaria per l’allineamento al campo e successivo atterraggio. Successe un finimondo! L’istruttore cominciò a tirare delle scarpate alla pedaliera, a effettuare delle brusche ed orribili virate in cabrata ed in picchiata e il tutto a quota bassissima.
E stata una delle più grosse paure che ho avuto in tanti anni di volo effettuate con una trentina di aerei diversi.
Alla fine del volo mi aggredì gridandomi che ero come e peggio degli altri e che volevo ammazzarlo. Non mi restava che presentarmi al capitano e spiegare quello che stava accadendo in seno alla nostra squadra. Mi ascoltò con molta calma e quando ebbi finito di esprimere le nostre preoccupazioni mi disse che dovevamo stare tranquilli per la nostra sicurezza, che era un bravo pilota, buono, che dovevamo comprenderlo perché stava passando un periodo di non buona salute. Anche altri istruttori ci dissero le stesse cose ma subito dopo la guerra fu congedato perché affetto da manie di persecuzione.
Continuammo a volare con discreta fiducia nei suoi confronti ma prima del mio esame col capitano, due allievi di altre squadre decollarono.
Per il primo dei decolli ci eravamo schierati tutti al limite della linea di partenza e al momento perfetto dell’atterraggio esplodemmo in un grande applauso. Non sono mai stato invidioso ma in quel momento mi pervase un po’ di rammarico; mi ero illuso di poter essere il primo dopo la proposta fatta dal mio istruttore al capitano.
Dopo i due atterraggi compiuti con il Comandante fui abile per il decollo; appresi la notizia con molta serenità ma non vedevo l’ora di tirare manetta e involarmi. Se il primo volo con l’istruttore era stato magnifico, questo fu straordinariamente incantevole. Il fatto di essere da solo in volo mi consentiva di guidare a piacer mio, sbattendo leggermente le ali; picchiare o cabrare mi fecero sentire padrone del mondo e godere delle piccole sollecitazioni che il cambiamento di assetto dell’ aereo mi procurava. Sorvolai i punti di riferimento con molta attenzione e l’atterraggio mi riuscì discretamente ed in modo del tutto naturale.
Purtroppo la scelta dei miei compagni di rimanere a Parma non fu felice. Prima della fine di ottobre iniziarono ad alzarsi le fitte e odiate nebbie che ci impedivano di volare per conseguire il brevetto di 1° grado. Durante il mese di novembre effettuammo rari voli ed arrivammo alla data del 10 Dicembre, giorno in cui si festeggia la Madonna di Loreto, nostra Patrona, quando un aereo di una piccola pattuglia di tre velivoli perse un’ala in volo. Il pilota si salvò lanciandosi con il paracadute, i voli furono sospesi e gli AS 1 furono ritirati. I giorni di attesa del nuovo velivolo furono tantissimi e tristi; ci fu assegnato appena in maggio e mentre noi iniziavamo i primi doppiocomando sul CA 100, gli altri, che erano stati smistati al Centro e al Sud, conseguivano anche il Brevetto Militare e con la promozione a Sottotenente raggiungevano i reparti operativi lasciando il posto a noi che dovevamo ancora essere qualificati piloti di 1° grado. Io ed un mio amico, trasferiti a Foligno ottenemmo tale qualifica in brevissimo tempo.
L’arrivo a Grottaglie, per ottenere il Brevetto Militare, non fu gradevole per me; prima di me era giunto un biglietto di punizione a causa della mia impulsività verso un superiore. Il dispiacere fu ripagato dal grande piacere di volare con un aeroplano vero.
Il passaggio sul Breda 25 fu velocissimo e fui il primo a iniziare il doppiocomando sul CR20 perché gli allievi arrivati in precedenza non gradirono tale assegnazione a causa di alcuni incidenti di volo e preferirono volare su altri tipi di aeroplani.
Ho avuto la fortuna di avere un bravissimo istruttore che mi fece decollare sul CR ASSO dopo pochi voli. Mi sentivo l’aeroplano addosso come un vestito di ottima fattura. In una normale esercitazione di abilitazione mi allontanai dal campo, preso dalla voglia matta di tentare qualche figura acrobatica, sicuro di non essere visto.
Le figure che effettuai non furono delle migliori ed il mio amico aeroplano me lo fece capire alla sua maniera; mi sballottava da tutte le parti, mi sollecitava pressandomi sul seggiolino e facendomi stare appeso alle cinghie di sicurezza a seconda della forza centrifuga o centripeta causate dai miei sconsiderati comandi che gli trasmettevo. L’inconveniente più antipatico era dato dagli spruzzi di carburante che entravano in cabina quando tentavo di eseguire dei rovesciamenti e sbagliandoli gli facevo perdere l’assetto che più gradiva. Evidentemente non piaceva neanche a me sentire il cattivo odore che emanava quel carburante composto da una miscela di benzina e olio di ricino.
Da terra il capo della linea di volo, un maggiore decorato di M.A.V.M. nella Grande Guerra, aveva seguito tutte le mie stramberie in acrobazia. Mi redarguì bonariamente ma mi inflisse anche una punizione per indisciplina in volo. La stessa sorte toccò anche al mio amico che era venuto insieme a me a Foligno.
Raggiunta l’abilitazione sul CR ASSO avrei dovuto essere in possesso del Brevetto Militare ma una nuova disposizione giunta dal Comando delle Scuole di Volo stabiliva che gli allievi dovevano effettuare anche volo acrobatico su un aereo costruito specificatamente per tale attività: il Breda 28.
La notizia mi fece tanto piacere e mi diede la possibilità di gustare l’acrobazia vera. Un giovane tenente mi portò in volo e dipinse nel cielo perfetti looping, tonneau, imperiali e volo rovescio senza farmi subire tanto le sollecitazioni che avevo subito col CR ASSO.
Diventai Pilota Militare e fui mandato in licenza in attesa di nomina e assegnazione al reparto per il quale si potevano scegliere tre sedi. Chiesi Gorizia-Udine-Gorizia e la mia scelta fu giudicata con senso umoristico dal Comandante della Scuola che mi rivolse anche qualche frase di elogio.
La nuova disposizione per l’effettuazione del volo acrobatico oltre ad avermi dato la gioia di gustare tale volo, mi procurò l’inconveniente di dover fare due lunghi e noiosi viaggi in treno: Trieste-Grottaglie e ritorno.
Per un errore dell’Ufficio Operazioni, forse perché ero stato il primo a metterla in atto, dovetti rientrare alla Scuola per effettuare 20 minuti di volo acrobatico da solista e, come se non bastasse, quando giunsi a Grottaglie ebbi una brutta sorpresa; il tempo si era guastato con nubi sotto i mille metri, quota minima per la prova che dovevo sostenere.
E stata una delle poche volte che non avevo avuto fortuna, tuttavia la Dea bendata venne in mio aiuto! Il capo della linea di volo ed il giovane tenente che mi aveva portato in volo, anche se a stento, riuscirono a convincere il Comandante della Scuola che ero in grado di cavarmela anche con le condizioni meteorologiche avverse.
Mi raccomandarono di iniziare la picchiata necessaria per raggiungere la velocità utile per fare i looping, a pelo delle nubi e dopo la cabrata di non toccare più i comandi entrando nelle nubi perché l’impostazione era sufficiente per terminare la manovra. Per i tonneau non ci sarebbero stati problemi ma non dovevo eseguire gli imperiali. Il volo mi riuscì bene e provocò saluti molto cordiali e auguri fraterni.
Durante la mia sosta a Grottaglie arrivò a casa la mia nomina a Sottotenente Pilota di Complemento e, anche se non entusiasti della strada che avevo intrapreso, i miei genitori si sentirono soddisfatti del secondo traguardo raggiunto dal loro piuttosto discolo figlio che aveva procurato loro alcuni problemi precedentemente.
Ero ancora a Trieste il 4 novembre, festa della Vittoria e su invito del mio grande amico Alfredo indossai l’alta uniforme e ci recammo in Piazza Unità d’Italia dove incontrammo due signorine molto carine. Era stato certamente lui a fissare l’appuntamento perché le ragazze, che aveva conosciuto a Gorizia, si lamentarono scherzosamente del nostro ritardo. Rimasi colpito dalla bellezza della più giovane ma ciò che mi affascinò di più fu la sua dolcezza che ebbi modo di constatare in seguito e fu forse questa che fece scaturire in me quel “cosiddetto” colpo di fulmine tanto citato nei romanzi a sfondo rosa.
 

Finalmente al 4°Stormo di Gorizia
Dopo pochi giorni arrivò la mia destinazione al glorioso 4° Stormo C.T. Francesco Baracca con sede a Gorizia. Non so esprimere la mia grande gioia nell’apprendere la notizia, tant’è vero che non riuscii a prendere sonno tutta la notte. Mi alzai molto presto al mattino e, preso il bagaglio pronto da vari giorni, raggiunsi la sede tanto desiderata che mi regalò tanti giorni di felicità.
Quando arrivai in aeroporto, ricevuto da colleghi e superiori, ebbi subito l’impressione di essere entrato in un ambiente meraviglioso.
La piccola cerimonia del mio giuramento si svolse in maniera molto semplice, non come mi sarei aspettato. Al corso ci avevano raccomandato di addestrarci a sfoderare energicamente la sciabola in modo da afferrarla in volo per la lama e porgere l’elsa al Comandante; niente di tutto questo! Il colonnello mi disse bonariamente di posarla sulla scrivania con l’elsa rivolta verso di lui perché le acrobazie si dovevano fare in volo e non in ufficio. Lessi il giuramento in presenza di altri ufficiali, salutai la Bandiera con un perfetto “attenti” battendo quei tacchi che avevo martoriato per imparare a farli risuonare e diventai dello Stormo.
La bevuta al circolo mi costò quasi lo stipendio ma erano soldi ben spesi. Gli ufficiali che non avevo conosciuto alla mattina vennero a presentarsi e a darmi il benvenuto.
Avevo passato una giornata piena di emozioni e appena giunto in albergo mi addormentai profondamente. Il giorno seguente fui assegnato alla Squadriglia e pensai di iniziare l’attività in seno a questa: non era vero! Venni aggregato al  Nucleo Addestramento dei nuovi arrivati comandato da un mio pari grado ma con maggiore anzianità e tanta esperienza e bravura (Vittorio Pezze’). Dedicava tutta la giornata al volo; ci faceva andare in aeroporto in bicicletta perché gli autobus partivano più tardi e noi dovevamo smettere l’attività prima dell’apertura dei voli; quando noi arrivavamo lui era già in linea per aiutare gli specialisti a scaldare i motori degli apparecchi. Al termine del lavoro svolto per noi andava in Squadriglia e portava in volo i suoi compagni per la normale attività ed alla chiusura dei voli continuava ad essere per aria molto frequentemente per l’addestramento della Pattuglia Acrobatica Nazionale. Molto spesso assumeva il Comando Interinale della Squadriglia per sostituire i capitani che partivano per la Spagna. Era stato promosso in S.P.E. per meriti straordinari e se lo meritava davvero!
A fine lavori quasi tutti rimanevano in aeroporto per assistere alle evoluzioni della Pattuglia Acrobatica e in cuor nostro albergava la speranza di potervi appartenere un giorno. Ho scritto quasi tutti perché l’aeroporto ospitava anche un gruppo Caccia di un altro Stormo (6° Stormo) ed un gruppo da ricognizione.
Il mio capogruppo addestramento era un uomo con il volo nel sangue; solista, gregario e capo pattuglia ineguagliabile, possedeva una comunicativa che ci permetteva di seguire le sue istruzioni vantaggiosamente. Il nucleo aveva in dotazione i CR ASSO e da lui appresi a fare i rovesciamenti senza dover subire la doccia di carburante come mi era successo a Grottaglie, via via tutte le figure acrobatiche tradizionali ed infine la posizione di gregario in volo normale ed acrobatico.
La conoscenza con il CR 32 che ho trovato in Squadriglia è stata ancora più entusiasmante di quella con il CR ASSO; per me è stato il migliore aereo dei 33 tipi che ho avuto il piacere di pilotare e quello che mi ha dato le migliori soddisfazioni.
In Squadriglia si dovevano espletare anche altre mansioni; a quei tempi l’organico era quasi come quello di uno Stormo odierno: una dozzina di aerei, altrettanti piloti, ufficio operazioni, quello del personale, materiale speciale, ordinario, contabilità, ecc. Il Comandante di Squadriglia, un gentiluomo veneziano (Marco Minio Paluello), pur essendo molto estroverso era molto meticoloso e altrettanto disciplinato e corretto e, logicamente pretendeva dai suoi subalterni un comportamento adeguato. Mi deve aver preso in simpatia perché mi fece dirigere tutti gli ufficiali a turno e mi seguì in queste funzioni fino al suo trasferimento. Gli devo riconoscenza perché mi ha insegnato molto anche se ho preso da lui forse anche troppo di quel senso autoritario che accoppiato al mio carattere impetuoso mi ha procurato non poche “grane”.
Non sono un fanatico ma quel più che cameratismo che regnava in Squadriglia e in tutto il reparto, rendeva il lavoro un piacere anche per gli specialisti che avevano la nostra stima e benevolenza. Coloro che arrivavano e non si adeguavano all’ambiente se ne andavano spontaneamente o venivano trasferiti d’autorità alla prima richiesta di personale.
Tanto cameratismo ma altrettanta rivalità esisteva tra le Squadriglie, non tanto per l’addestramento bellico che consisteva soprattutto in finte caccie e poche esercitazioni a fuoco, ma perché il poligono ci toglieva ore di volo per le evoluzioni acrobatiche in quanto, con le sanzioni imposte dalla SDN (Societa’ Delle Nazioni), avevamo il carburante razionato.
Bei tempi! Ma un cruccio mi teneva in ansia: la vita che conducevo assieme a quegli uomini meravigliosi era per me un paradiso. Ogni tre mesi presentavo domanda di rafferma nella speranza di partire per la Spagna dove era possibile ottenere una promozione in S.P.E. per merito di guerra; la partenza ritardava causa il parere contrario del Comandante dello Stormo alle domande che inoltravo.
Il tempo passava, i comandanti di Squadriglia partivano per la Spagna e in tal maniera diventai comandante interinale come lo diventò il mio amico che fu con me dall’inizio del corso fino all’assegnazione dello Stormo. Le Squadriglie, grazie all’abilità dei sottufficiali rientrati dopo aver preso parte all’Aviazione Legionaria in O.M.S. e malgrado il comando di giovanotti come noi, funzionavano a dovere; il colonnello ci diceva che eravamo bravi e che non ci mandava via perché avrebbe inoltrato le proposte per il passaggio in S.P.E. per meriti straordinari.
E stato merito del mio Comandante di Gruppo (Aldo Remondino), uomo e pilota fuori dal comune, se riuscimmo a partire convincendo il suo capo di concederci il benestare.
La destinazione a Gorizia mi offerse un’altra opportunità: dopo due o tre giorni dal mio arrivo incontrai le due ragazze che avevo conosciuto a Trieste e da quel momento mi pervase tanto la voglia di vederle che rinunciai a stare assieme ai miei compagni, tanto sarei stato con loro dopo cena.
Gli incontri e le passeggiate si susseguirono regolarmente e mi accorsi che la più giovane non disdegnava la mia compagnia e forse nutriva nei miei confronti lo stesso sentimento che io nutrivo per lei. Tale fatto mi incoraggiò a chiederle di uscire da sola. Gorizia è una piccola città e oltre a noi aviatori ospitava diversi reparti dell’Esercito e tra noi e la gente locale, durante l’ora della passeggiata prima di cena, affollavamo il corso della cittadina.
Mentre i capitani dovevano chiedere il permesso giornaliero di uscire in abiti borghesi, noi subalterni non avevamo questa possibilità; dovevamo indossare sempre l’uniforme con il colletto della camicia inamidato che dava abbastanza fastidio, ma quello che disturbava di più era il fatto che ogni tre o quattro metri dovevamo salutare i superiori o rispondere al saluto degli inferiori. Con tale scusa chiesi alla ragazza di trovarci fuori dal centro della città e lei accettò di buon grado. Naturalmente sceglievo itinerari poco frequentati e, possibilmente poco illuminati, anche per indossare abiti borghesi.
Dal primo timido bacetto passammo rapidamente a quelli veri che svilupparono presto un reciproco e profondo amore che portò al nostro fidanzamento.
Ero diventato un vero Fregoli perché dopo aver accompagnato la mia ragazza a casa dovevo correre nella cameretta che nel frattempo avevo affittato, per indossare l’uniforme e raggiungere i miei colleghi al ristorante. Gli aeroporti non erano ancora attrezzati per alloggiare gli ufficiali, la mensa ed il circolo funzionavano ma alcuni di noi preferivano cenare in città per non sottostare agli orari degli autobus, per stare in compagnia e parlare tanto di volo ed essere pronti per altri appuntamenti onde praticare quella attività che la giovane età imponeva.
La partecipazione a tavola e al bar a queste riunioni alimentava il nostro affiatamento già forte e sincero fino a farlo diventare amicizia vera, tale da farci soffrire tanto per le abbastanza frequenti e dolorose perdite in incidenti di volo, causati da indisciplina di volo.
Talvolta la disciplina lasciava il posto alla gogliardia tanto che alcuni dei partenti per la Spagna, dopo il saluto ufficiale al Comandante della Divisone Aquila, S.A.R. il Duca d’Aosta, venivano buttati in piscina completamente vestiti e con sciarpa e sciabola.
Tale trattamento non mi fu usato forse perché il bagno in piscina lo avevo già fatto volontariamente. Ero in servizio di picchetto e avevo dato l’ordine di svuotare la piscina per il cambio dell’acqua. La vasca era riservata agli ufficiali e alcuni avieri mi chiesero di poter approfittare dell’occasione per fare un bagno prima dello svuotamento. Mi presi la responsabilità di consentire e arrivarono in parecchi, alcuni già in costume da bagno e altri vestiti. Ci fu allegria perché i nuotatori iniziarono a buttare in acqua quelli vestiti, alcuni dei quali per non subire il trattamento dicevano di non saper nuotare, ma una volta in acqua dimostravano il contrario e accettavano con allegria lo scherzo. Uno di questi però, quando lo acchiapparono, incominciò a gridare a squarciagola di non saper nuotare, cercando di svincolarsi inutilmente: non fu creduto e fra i tanti commisi quell’errore anch’io. Era un aiuto cuoco e pensavo che fosse conosciuto e lasciai fare. Una volta in acqua incominciò ad annaspare e mi preoccupai, ma gli avieri mi dissero che era un simpatico burlone e dava sfogo alla sua allegria. Ad un certo punto in mezzo a tanta confusione, mi accorsi che stava annegando e mi tuffai precipitosamente.
E stata una lotta: l’uniforme e la sciarpa azzurra e soprattutto lui, che voleva aggrapparsi a me, mi misero in difficoltà. In qualche modo riuscii a portarlo vicino al bordo della piscina dove fu recuperato dai suoi compagni che avevano detto che era un burlone; dopo pochi secondi, smaltito lo choc, si mise a ridere assieme a tutti gli altri.
Mentre stavo mandando in caserma tutti per fare iniziare lo svuotamento arrivò il Capitano d’Ispezione e non pretese un rapporto scritto ma volle sapere tutto nei minimi particolari; alla fine disse che aveva il dovere di prendere due provvedimenti: punirmi ed inoltrare una proposta di encomio. Scontai la punizione ma dell’encomio non seppi mai nulla.
 

La partenza per la Spagna
Il saluto degli amici quando arrivò l’ordine della mia partenza per la Spagna avvenne in un clima molto affettuoso e quando espressi il pensiero di dover noleggiare un automezzo per il trasporto del mio grosso baule, uno dei miei colleghi si offrì spontaneamente dicendomi: “Ti porto io con la mia leona” ; si trattava di una vecchia e robusta Ford. La sua robustezza la dimostrò all’uscita dell’aeroporto che senza le segnalazioni del moviere era pericolosa a causa di una grossa siepe che toglieva la visibilità per l’immissione sulla strada statale; difatti fummo investiti da un’auto. Non riportammo gravi danni, soltanto delle piccole ammaccature.
A Trieste i saluti furono più complicati e faticosi per le visite a parenti ed amici e conseguenti libagioni in special modo quelle preparate dagli amici alla stazione. I treni avevano ancora la terza classe e la prima, che costava abbastanza era poco utilizzata, per cui trovai uno scompartimento tutto per me. Il viaggio era lungo, ero stanco, la testa mi girava per le troppe libagioni e l’esperienza fatta in viaggi precedenti mi suggerì di infilare il pigiama e mettermi a dormire. Nei pressi di Mestre fui svegliato da un grosso colpo alla testa; il mio vagone aveva deragliato ed ero uscito dal finestrino con l’aiuto di un ferroviere che mi disse che circa due chilometri più avanti avrei trovato un altro treno per proseguire. In pigiama e pantofole e con tutto il bagaglio feci il non comodo percorso lungo la linea ferroviaria e, ritrovato un altro scompartimento vuoto, ripresi a dormire.
Al Comando Tappa di Genova mi consegnarono un foglio con tutte le informazioni necessarie e due ordini drastici: non portare soldi a bordo e non parlare con nessuno; obbedii e inviai i soldi a casa fino all’ultimo centesimo. Sulla nave c’erano dei normali viaggiatori ma notai anche dei giovanotti che come me tenevano un comportamento riservato; supposi che viaggiassero per raggiungere la mia stessa meta ma non mi azzardai ad avvicinarli.
Una volta fuori dalle acque territoriali un marinaio girava e diceva che al bar si potevano comprare sigarette. Ero completamente al verde e mi presentai al comandante della nave spiegandogli la mia situazione. Era un mio concittadino e mi disse che ero un ingenuo e che i soldi me li avrebbe prestati lui perché, aggiunse, a Siviglia me ne avrebbero dati in buona quantità e infine volle offrirmi un caffè. Al bar mi indicò un gruppetto di ragazzi che avevo notato all’inizio del viaggio dicendomi che lo scopo del loro viaggio era uguale al mio. Li avvicinai e da uno di loro seppi la ragione del divieto di portare soldi a bordo: si trattava di un provvedimento generico inteso ad impedire esportazione di valuta.
Qualcuno doveva averlo fatto in precedenza perché durante lo scalo a Ceuta si potevano comperare delle pesetas a metà prezzo che in Italia. Nel golfo del Leone trovammo mare forza sei/sette e a cena mi trovai quasi solo con il Comandante; gli assenti erano occupati a dare sfogo al mal di mare, alcuni sdraiati in cuccetta, altri appoggiati alle paratie della nave per mandar fuori bordo. Il capitano mi disse molto confidenzialmente che avrebbe pouto evitare, in parte, il mare grosso ma aveva scelto quella rotta per non avere sorprese da parte di qualche sommergibile di nazioni contrarie al nostro intervento in Spagna. Sono piuttosto ottimista ma la notizia mi fece balenare in testa un pensierino: la partenza in auto mi provocò un incidente, quella in treno un deragliamento e in nave? Per fortuna andò bene.
A Siviglia fummo ricevuti da un ufficiale che ci accompagnò in ufficio a ritirare una buona somma di denaro e poi in un lussuoso albergo per sostare alcuni giorni necessari per confezionarci, su misura, le uniformi della Aviazione Legionaria Italiana.
Passammo delle giornate abbastanza piacevoli; l’albergo era confortevole, la tavola ottima, il Carlos Primero buono e le ragazze del night club belle e generose, però l’ansia di raggiungere il reparto mi perseguitava.
La contingenza dell’Aviazione Legionaria Italiana era costituita, oltre che alle forze dislocate alle Baleari, da reparti di Caccia, Bombardamento, Ricognizione e da un nucleo d’assalto. Cacciatori eravamo soltanto in due e dopo un lunghissimo e noioso viaggio su un treno sporco e molto lento arrivammo a Saragozza (Zaragoza), sede del Comando di Stormo, che era formato da tre gruppi: Asso di Bastoni, Cucaracia, Gamba di Ferro più un Nucleo di mitragliamento. La designazione all’Asso di Bastoni mi rese felice perché la gran parte del personale proveniva da Gorizia e Udine, quindi amici. Il Comandante, uomo aristocratico introdotto nell’alta borghesia spagnola (Andrea Zotti), era stato il leader della Pattuglia Acrobatica che aveva inserito nel programma la formazione in volo rovescio che stupì il mondo. Era molto esigente! Prima di essere assunto il nuovo arrivato doveva superare una prova di abilità in volo acrobatico e in caso negativo veniva rimandato ad altra destinazione.
Eravamo dislocati su un altopiano in un paesino con pochissime case, che non offriva distrazioni per cui tutto il personale rimaneva in campo ventiquattr’ore al giorno; non c’era di meglio che seguire le prove dei nuovi arrivati ma non mi preoccupai, mi sentivo in forma e superai brillantemente la prova; divenni uno di loro dopo la gran bevuta offerta anche agli specialisti che si meriterebbero un capitolo a parte per descrivere la loro abnegazione e capacità.
Mi limiterò a dire che essendo in quota abbastanza elevata e in periodo invernale, faceva freddo ed i motori venivano incappucciati per sistemare le stufe catalitiche e loro erano costretti, dopo aver liberato gli aerei dai tendoni, a scaldare i motori ogni due ore.
Il Comandante di Squadriglia mi portò per la prima volta in volo, assieme ad un altro gregario, per farmi prendere visione della zona e la dislocazione delle linee del fronte; al rientro mi dichiarò pronto al combattimento, come dicono gli americani “Combat Ready” .
Durante la terza missione (2 aprile ’38) dovetti registrare il primo degli incidenti di volo che mi sono capitati: la perlustrazione che dovevamo fare si stava svolgendo tranquillamente quando il mio motore incominciò a vibrare e le sollecitazioni sempre in aumento diventarono insopportabili tanto che decisi di lanciarmi col paracadute. Non mi lanciai perché con l’ultimo scossone partì l’elica ed il volo divenne di una tale bellezza che mi fece commettere un grave errore.
Senza motore dovevo tenere un assetto di picchiata per mantenere la velocità di sostentamento ma il volo mi inebriò; mi sentivo un’aquila e con gaudio mi misi ad effettuare delle virate in picchiata con relativa cabrata ma intanto perdevo quota e non mi preoccupai di osservare il terreno collinoso per cercare un posto dove tentare un atterraggio di fortuna. A pochi metri da terra mi resi conto della superficialità commessa e cercai un posto per mettere le ruote anche se in ritardo. Trovai una valletta e dopo aver bloccato i freni iniziai a planare con velocità ridottissima perché lo spazio era veramente poco e l’atterraggio risultò piuttosto pesante. Non recai danno al mio CR32 e ciò mi rese ancor più contento di quanto lo fossi stato dopo aver toccato terra. Mi soccorsero dei militari italiani ed il loro Comandante mi fece accompagnare al mio Gruppo con una camionetta.
I due ingegneri recatisi sul posto per la ricerca delle’ cause che provocarono l’incidente constatarono la rottura del riduttore dell’elica. Si meravigliarono, altresì, di come avevo potuto atterrare in così breve spazio e vollero venire al Gruppo per congratularsi con me. Il Comandante dello Stormo (Venceslao D’Aurelio) che li aveva accompagnati, mentre eravamo tutti a tavola, mi rivolse parole di elogio e disse che avrebbe inoltrato una proposta per la concessione di una Medaglia d’Argento al Valor Aeronautico. Naturalmente dovetti offrire alcune cassette di Carlos Primero per brindare alla notizia. La proposta si tramutò in un Encomio da iscriversi sulle carte personali.
L’aeroplano fu recuperato dai nostri specialisti e rimesso in efficienza in brevissimo tempo. Alla spedizione partecipò anche un mio collega cattivello e forse un po’ invidioso che scoprì che avevo atterrato in poco spazio, ma che avevo toccato prima con le ruote sulla pendice della collina e poi atterrato, ridimensionando il valore della mia manovra. Era giusto! Il contatto con la pendice di una collina aveva ulteriormente ridotto la velocità dell’aereo che avevo già impostato al limite della velocità di stallo e con un balzo toccò terra e con i freni si fermò in pochi metri.
Si volava abbastanza spesso ed il nostro Comandante di Gruppo ci azzeccava quasi sempre, quando al briefing, ci diceva che durante il volo che dovevamo intraprendere avremmo trovato il nemico. Compimmo diversi combattimenti con tante vittorie che gloriarono il Gruppo ma dovemmo subire anche delle dolorose perdite.
Il primo combattimento è stato quello che mi ha emozionato in maniera particolare: dal calderone (così chiamavamo la fitta giostra formata dai nostri velivoli e quelli nemici) si staccò un Curtis (Polikarpov I-15,  soprannominato “Curtiss” per gli italiani, “Chato” per gli spagnoli) e lo inseguii immediatamente; quando fui a portata di tiro portai le dita sul grilletto delle mitragliatrici ma non riuscii a sparare. Mi faceva tanta pena quel pilota che non sapeva difendersi, faceva delle virate troppo dolci per essere in combattimento e sarebbe stato facile abbatterlo ma non mi decidevo a sparare. Mentre stavo facendo queste considerazioni mi presi una bella mitragliata da parte di un suo collega e mi inferocii; sparai e con pochi colpi lo feci precipitare. Pur essendo in stato morboso di aggressività lo seguii fino a quando si schiantò al suolo e la mano mi scappò istintivamente sulla fronte in segno di saluto militare.
Su questo campo ebbi il mio secondo incidente di volo; ero a capo di una formazione di tre aerei dopo quella del Comandante di Squadriglia e combinai ancora una fesseria. Si atterrava quasi sempre in formazione di Squadriglia ed io mi ero portato in ala alla sua pattuglietta, come consuetudine. Il meraviglioso CR 32 aveva anche un difetto: nell’ultima fase del planè (a pochi piedi da terra) bisognava portarlo in assetto di cabrata per smaltire velocità e la posizione comportava lo svantaggio di non vedere più il terreno di atterraggio.
Tale inconveniente e la necessità di dover tener d’occhio la pattuglia che mi precedeva, non mi permisero di vedere una fossa che gli spagnoli avevano scavato per collocare una mitragliatrice antiaerea. I miei gregari atterrarono regolarmente mentre io toccai il terreno proprio sui bordi ditale fossa lasciandoci il carrello e subendo una violenta capottata.
Nell’incidente riportai una ferita alla testa ed una al ginocchio e fu necessario il mio ricovero all’ospedale di Saragozza. La degenza all’ospedale militare non fu una calamità; due crocerossine, appartenenti alla nobilità cittadina, mi tenevano buona compagnia ed il mio Comandante (Andrea Zotti) mi veniva a trovare spesso, forse perché aveva sangue blu nelle vene anche lui. Le sue visite si fecero più frequenti quando potei alzarmi e fare qualche passeggiata nei dintorni.
In primavera ci trasferimmo in una vasta pianura nei pressi di Puig Moreno, un paese un po’ più grande di Bellio ma non tale da offrirci qualche svago. Avevamo però la possibilità di recarci qualche volta a Saragozza anche per smaltire quella energia fisiologica insita negli uomini in età giovanile. Il campo non era stato allestito con grandi mezzi ma la sistemazione in baracche ci consentì di riposare meglio e anche durante il giorno. I combattimenti si susseguirono, con discreta frequenza e oltre alle tante vittorie, dovemmo subire alcune perdite.
In quel periodo ci rischierammo momentaneamente a Teruel per operare su quel fronte e perdemmo il comandante di Squadriglia (Antonio Raffi). Fu sostituito da un aitante Tenente (cap. Luigi Borgogno) che con il suo carattere entusiasta e focoso riuscì a sganciarsi dai bombardieri; purtroppo (Luigi Borgogno) non durò a lungo, fu abbattutto e la sorte non gli fu benigna, mentre scoprimmo che il precedente Comandante (Antonio Raffi) era vivo ma prigioniero.
Prima dello spostamento a Teruel arrivò il maggiore che mi aveva aiutato a partire (Aldo Remondino) e volò assieme a noi in alcune missioni per far tesoro di quel bagaglio di esperienze utili prima di assumere l’effettivo comando del Gruppo. Assieme a lui arrivò anche un capitano, suo compagno di corso, per comandare la Squadriglia. Qualche tempo dopo il rientro a Puig Moreno ci trasferimmo a Sarinena in quanto le truppe franchiste continuavano ad avanzare e noi dovevamo spostarci per essere più vicini alle linee di combattimento.
Intanto con il passare del tempo i colleghi che da più tempo erano al Gruppo rimpatriavano e diventai uno dei più anziani e con buona esperienza. Il maggiore, che mi conosceva sin dai tempi di Gorizia (Aldo Remondino) mi volle permanentemente suo primo gregario in modo da potermi affidare dei compiti particolari in caso di necessità. Il caso volle che dopo poche missioni si presentasse l’occasione di ripagare la fiducia che aveva riposto in me. Durante una crociera di protezione alle truppe scorsi una pattuglia di cinque Rata nemici (Polikarpov I-16, soprannominati “Boeing” dagli italiani, “Mosca” dai repubblicani e “Rata” dai nazionalisti) che puntavano sulla nostra formazione e con una brusca impennata volsi il muso del mio CR verso di loro ed ingaggiai un furioso combattimento.
Non riuscii ad ottenere alcuna vittoria effettiva, anche se il loro velivolo non consentiva virate troppo strette, ma il merito di averla distolta dall’attaccare la nostra formazione. Mi sono trovato anche in difficoltà per il numero e la velocità dei Rata che avevo contro e con una picchiata in candela presi a volare rasente al suolo zigzagando in tutte le direzioni in modo da impedire a loro di collimarmi, e spararmi con efficacia.
Non sapevo quale rotta avessi preso e quando i Rata decisero di sospendere la caccia ripresi quota per osservare il terreno e trovare qualche punto di riferimento.
Quando si è in volo, la capacità di ragionamento diminuisce abbastanza sensibilmente specialmente quando si è soli a bordo ed ecco perché i piani di volo devono essere preparati minuziosamente. Individuai un aeroporto, la bussola mi segnava pressappoco ovest, direzione che avrei dovuto mantenere, il carburante era scarso e decisi di atterrare sicuro di essere in territorio amico. Era la base di un reparto da ricognizione spagnolo; mi accolsero calorosamente e potei tracciarmi facilmente la rotta per il rientro che fu salutato con grandi manate sulle spalle, bevute e scherzi a non finire.
 

La prigionia
Le giornate passarono in allegria ma anche in fretta e arrivò l’ordine del mio rientro in Patria. In precedenza era arrivato al Gruppo un Capitano di complemento richiamato. Era collaudatore alla Caproni e quindi non esperto cacciatore e deve essere arrivato da noi con la raccomandazione di Italo Balbo di cui era parente. Aveva compiuto numerosi voli con un nostro esperto pilota ma non riuscì ad addestrarsi sufficientemente.
Stavo salutando gli amici quando fui chiamato dal Comandante di Gruppo (Aldo Remondino) e pensai che volesse salutarmi, invece mi chiese di portare in volo il nuovo arrivato come secondo gregario. “Non mi lascia in pace” mi disse “mi tormenta continuamente con preghiere di portarlo in volo e voglio approfittare di te per accontentarlo e ti chiedo di aderire in nome della nostra reciproca stima e fiducia”. Accettai di buon grado, corsi alla baracca, mi tolsi la giacca e cravatta dell’abito borghese che già indossavo e raggiunsi la linea di volo. Il mio aereo era già pronto, indossai in fretta il paracadute, e con il secondo gregario, mi accostai al leader. Già in partenza dimostrò di non avere attitudine ad essere un buon pilota da caccia; mi si avvicinò diverse volte pericolosamente ma gli errori più gravi doveva commetterli più tardi. La formazione che si doveva tenere in volo era quella di permettere a quasi tutti i piloti di scrutare il territorio nemico e quindi se questo si trovava sulla sinistra si doveva volare in ala destra, tranne pochi esperti sulla sinistra per eventuali sorprese dalla parte amica e viceversa quando il nemico era sulla destra. Devo precisare che il pilota da caccia usa la pedaliera soltanto in rullaggio e per compiere figure acrobatiche e le virate le compie con l’ausilio degli alettoni e della cloche, mentre il bombardiere con l’aereo più pesante non deve, in linea generale, inclinare eccessivamente l’aereo ed è costretto ad usare il piede. Ecco perché il mio secondo, usando la pedaliera perdeva quota ad ogni virata necessaria per la trasformazione da ala ad ala ed io dovevo aspettarlo per riportarlo in formazione. Gli facevo segno con la mano quando doveva cambiare la posizione e tutte le volte che mi passava sotto la fusoliera era un brivido. All’ultima virata per il rientro non mi passò sotto ma mi investì e con l’elica mi tagliò letteralmente il terminale della fusoliera e con essa persi anche i piani di coda e mentre stavo slacciando le cinture di sicurezza fui catapultato in seguito alla brutta posizione che assunse il velivolo. Senza piani di coda e con tutto il peso del motore e l’attrezzatura posta nella parte anteriore, l’aereo assunse immediatamente la posizione perpendicolare al terreno, che noi chiamiamo scampanata, e fui scaraventato nell’aria. Gli aerei moderni sono dotati di seggiolini eiettabili provvisti di sistema di apertura automatica del paracadute. Prima di averli in dotazione, dovevamo agganciare un moschettone all’aereo che, in caso di lancio, svolgeva una fune lunga otto metri per azionare l’apertura del paracadute ad una distanza di sicurezza, inoltre, ai tempi della guerra di Spagna, il paracadute non era provvisto dei cosciali, ed era necessario stringere forte la cinghia che cingeva il corpo. Soltanto più tardi, quando un mio collega, lanciandosi, si è sfilato sfracellandosi al suolo i velivoli sono stati muniti di cosciali, cinghie che avvolgono le coscie evitando tale pericolo.
Stavo precipitando e mi accorsi di non aver agganciato il moschettone; per la premura di salire a bordo causa l’imminente scadenza dell’orario di decollo non mi strinsi bene la cintura del paracadute. Lo strappo di apertura fu abbastanza forte e la cinghia mi si portò sotto le ascelle rompendomi due costole.
Eravamo in territorio nemico ed il Comandante, lasciando il compito di guidare la formazione verso casa al capo della seconda pattuglia, si diresse su di me e con passaggi radenti al mio ombrellone tentò, con la sua scia, di spingermi verso la terra amica. La discesa discretamente lenta e la quota di lancio abbastanza alta mi consentirono di studiare il terreno per tentare di oltrepassare le linee. Mi trovavo non distante dalla verticale del fiume Ebro e a qualche chilometro più a Sud c’era la città di Tortosa ormai in mano ai falangisti. Questo sarebbe stato il mio obiettivo: mi sarei nascosto e di notte non mi sarebbe stato difficile raggiungerla. Mentre scendevo, occupato a scegliere un itinerario che mi permettesse di seguirlo senza essere intercettato, sbattei contro la pendice impervia di una collina.
Seppi a fine conflitto che durante il briefing il mio gregario dichiarò che ero stato io ad investirlo e fu steso a terra da un pugno in testa infertogli dal nostro capocalotta che si trovava alle sue spalle. Riavutomi dalla botta, la prima preoccupazione è stata quella di avvolgere il paracadute e nasconderlo tra i cespugli e cercare una fessura nella roccia per mettere il portafoglio, l’orologio e l’anello di fidanzamento. Mi diressi verso un bosco con il passo che mi consentiva il dolore alle costole e camminai per circa un’ ora e mezza.
La mia lenta discesa e l’ampiezza dell’ombrellone hanno agevolato le ricerche indette per la mia cattura e fui accerchiato da ragazzi di circa 15-17 anni che sbucando dai cespugli mi gridavano: “sacca la pistola”; io rispondevo “no tengo la pistola” e con tante intimazioni temevo che qualcuno volesse fare il Tom Mix e spararmi. Lasciai il mio rifugio ed uscii allo scoperto dove fui subito aggredito e spogliato del giubbotto di volo e della camicia; mi lasciarono in pantaloni e canottiera. Era il 10 ottobre e in mezzo alle montagne doveva fare abbastanza freddo ma non lo sentii. Quando uno dei ragazzi trovò nella mia giacca un pacchetto di sigarette xantia mi diede un ceffone perché erano cose da signorine e l’atto fu l’invito per altri a trattarmi a pugni e calci.
Soltanto uno si mosse a compassione e mi porse un foulard di seta che aveva trovato durante la mia ricerca. Era un fazzoletto con stampato il discorso del Duce del 2 dicembre che mi aveva regalato il mio Comandante di Squadriglia e per non avere ulteriori dispiaceri avevo buttato, levandomelo con fatica dal collo causa la quasi immobilità delle mie braccia strette dal paracadute.
Il tragitto per arrivare a Mora de Ebro fu tranquillo ma appena giunti e con la strada gremita di curiosi, i ragazzi si entusiasmarono ed a forza di spintoni mi accompagnarono in un ufficio dove non fui trattato male, in attesa di essere portato su una grossa auto al cospetto del colonnello (o generale) Lister. Non fu un interrogatorio; mi faceva delle domande in lingua spagnola che io capivo pochissimo e alle quali rispondevo quello che volevo, perché lui non capiva l’italiano. Alla fine mi chiese:
“Cosa pensano di me dall’altra parte?”. Non sapevo chi era e quando me lo disse mi venne spontaneo di dirgli pressappoco:
“Quando vi troveranno vi faranno la festa”. Mi spinse quasi contro la parete e mi fece portar via, tenendosi il mio foulard.
Mi fece una buona impressione; nel suo angusto ufficio aveva un piccolo tavolo e tante carte. Non molto alto di statura, robusto con una testa fulva come quella di un leone sopra un collo taurino, mi faceva supporre che fosse un uomo energico e risoluto.
L’interrogatorio lo subii più tardi da un italiano fuoriuscito e antipatico che voleva prendere le sembianze di Lenin con la barbetta e la testa calva simili a quelle del dittatore sovietico. Le sue domande non erano di ordine tattico ma politiche e fu un bello scambio di improperi; anche se la mia posizione era di difficoltà e la mia preparazione politica piuttosto scarsa, la sua era peggiore della mia e mi consentì di ribattere con determinazione alle sue ideologie strampalate. Mi tolsero da quell’impiccio fastidioso quando vennero a chiamarmi perché il generale mi voleva a cena con lui. Era già seduto ad un tavolo lungo e stretto e sulle panche sedevano tutti i militari dipendenti.
Accanto a lui un posto vuoto che mi invitò ad occupare per scambiare quelle poche parole che riuscimmo ad interpretare. Eravamo ancora a tavola quando arrivò un capitano pilota che doveva accompagnarmi a Barcellona. Su una grossa macchina c’erano dei militari armati, non so se per scorta o per approfittare dell’occasione e godere di una licenza perché durante il viaggio scesero a turni successivi e rimanemmo soli con l’autista. Prima di salire in macchina, vistomi così scarsamente vestito, il capitano si tolse il suo cappotto di pelle nera e me lo fece indossare. La sua affabilità durò per tutto il viaggio e parlammo come colleghi ed esclusivamente di volo per tutto il percorso.
Fu un momento di rilassamento ma le costole continuavano a farmi male. Ci fermammo davanti ad una grande villa che doveva essere un Comando di Grande Unità perché appena entrati salutò con molta deferenza un signore che strinse la mano anche a me scambiandomi per uno di loro dato che indossavo il mio bel cappotto. Ci recammo dall’ufficiale di servizio per chiedere un posto per il pernottamento e l’ufficiale, saputo chi ero, disse al capitano di occupare la sua stanza, tanto era di servizio, ma che io avrei dovuto rimanere lì con lui per “fare i conti”.
Era un tenente alto, robusto e di bell’aspetto e incominciò subito a trattarmi male facendomi rimanere in piedi. “Cosa ti aspetti da me mi disse subito, mi avete ucciso padre, madre, due sorelle e un fratello; il capitano penserà di trovarti qui domani ma io non posso non ucciderti” e così dicendo estrasse la pistola dal fodero e la posò sulla scrivania. “Cosa siete venuti a fare qui? Dovevate rimanere a casa vostra e la rivoluzione sarebbe finita da molto tempo” e continuò ad inveire per tutta la notte. Ero stanco, avvilito, frastornato e dolorante; non avevo neanche la forza di avere paura.
Le sue parole le sentivo e non le sentivo, tanta era l’apatia che mi aveva invaso. Se ne deve essere accorto perché mi fece sedere ma continuò e sempre con gli stessi argomenti. Finalmente al mattino gli portarono la colazione e lui la porse a me con maniere non proprio affabili ma nemmeno sprezzanti.
Sarà stato il mio stato psico-fisico, sarà stato l’essermi immedesimato nel suo stato d’animo per la perdita dei familiari, ma il suo gesto mi commosse al punto che quando arrivò il capitano e si salutarono, mi prese l’impulso di abbracciarlo ma il suo atteggiamento non era invitante e desistii.
Ripreso il viaggio, verso mezzogiorno il capitano ordinò all’autista di fermarsi in un posto sufficientemente nascosto e disse che andava in cerca di recuperare qualche cosa da mangiare. Ritornò presto con tre panini e disse: “Si vede che sei una persona leale”; nello scendere aveva lasciato la pistola sul sedile della macchina; ma io che avrei potuto fare? Avrei dovuto ammazzare l’autista a sangue freddo, e poi, nello stato in cui ero, ignorando il luogo in cui mi trovavo e la posizione delle linee avrei peggiorato la mia situazione senza ottenere lo scopo di raggiungere le nostre linee. L’idea mi era balenata in testa ma la ragione mi sconsigliò di farlo.
L’arrivo a Barcellona causò ancora un fatto commovente; ma da parte del capitano che mi abbracciò fortemente lasciando sul mio viso le sue lacrime. Evidentemente sapeva a che cosa andavo incontro. Infatti, appena partito mi fu chiesto se ero disposto a rispondere a tutte le domande che mi sarebbero state poste e quando rifiutai, dicendo che avrei risposto solo a quello che mi sarebbe parso giusto, mi portarono in una stanza sotterranea buia, senza finestre e completamente vuota.
Quando sentii il primo stimolo di carattere fisiologico bussai ripetutamente alla porta ma nessuno mi rispose, e dovetti arrangiarmi in maniera non molto confortevole. Avevo misurato a passi e tastoni la stanza che sarà stata lunga tre metri e larga due e, partendo dalla porta, localizzai il punto più distante da essa dove scaricai quel poco che avevo nell’intestino. Avevo freddo e non potevo coricarmi sul pavimento di cemento, difeso soltanto dalla canottiera ed inoltre il male al costato me lo impediva. Stavo sempre in piedi o sonnecchiavo seduto. Non avevo cognizione del tempo ma dalla frequenza con cui, attraverso la finestrella della porta, venivano a chiedermi se avevo cambiato idea, arguì che i giorni passavano. Avevo le labbra secche, mi pareva fossero piene di croste e mi ossessionava il pensiero di quanto avrei potuto sopportare ancora quella condizione.
Finalmente si aprì la porta ed entrò un uomo rozzo, vestito da tenente che mi offrì una sigaretta e mi disse che il maggiore incaricato di interrogarmi doveva partire per andare ad interrogare un capitano, suo compagno di corso ma ora nemico, abbattuto sul fronte di Madrid e che quindi sarebbe rimasto lontano almeno tre giorni. In dialetto triestino, con la caratteristica cadenza carsolina mi disse che non sarei stato in grado di resistere fino al suo ritorno dato che mi trovavo già da sette giorni in quella situazione. “Accetta”, mi disse “racconta delle frottole come hanno fatto gli altri”.
La prima cosa che vidi nell’ufficio dell’interrogatorio fu un grosso bicchiere di acqua e mi precipitai per afferrano ma con altrettanto impeto il maggiore me lo vietò.
“Calma”, mi disse, “vedremo se te lo meriterai” e continuò; “chi sei?”. Risposi: “Sono l’ingegner Aldo Gilli” (nome impostorni alla partenza per Siviglia) . “Dimmi il nome del tuo Comandante di Gruppo e quello di Squadriglia” e sorvolò sulle scuse che adottai per sottrarmi alla risposta. Mi schiaffeggiò quando dissi che non dovevo rispondere alla sua domanda su quanti aerei aveva in dotazione il mio reparto, anche perché avevo dichiarato che mi attenevo alle disposizioni internazionali circa il trattamento dei prigionieri di guerra. “L’Italia non è in guerra con la Spagna” disse e le domande si fecero sempre più cattive. Si deve essere accorto che non gli rispondevo a tono più per ignoranza che per volontà di non dare notizie e rnan mano si faceva più bonario. Alla fine tirò fuori da un cassetto una cartella e disse: “Vedi? Questa è la cartella dell’Asso di Bastoni. Tu sei il sottotenente tale, e abbiamo tutto l’organico dell’Aviazione Legionaria Italiana, di quella Tedesca e Spagnola”. Mi porse il bicchiere d’acqua e mi tenne la mano per non farmi bere troppo in fretta e disse che il trattamento che mi aveva riservato era diretto soltanto ad umiliarmi.
Il cambiamento di rapporto mi diede il coraggio di chiedergli notizie sui miei compagni caduti nel loro territorio. “Li vedrai al Mon Yuich (Montjuich)” disse, “perché ti accompagnerò io per farti vedere i grossi danni ai palazzi e alle persone inermi, che hanno provocato i vostri bombardieri”.
I danni non mi sembravano tanto gravi quanto lui volesse farmi credere ma esistevano: le missioni di interdizione effettuate dai nostri bombardieri erano dirette soprattutto sul porto per ostacolare i rifornimenti e, fatalmente qualche bomba era caduta sulla città.
Il Mon Yuich è una piccola collina prospicente il porto, sulla cui cima si trova un castello-fortezza che per la circostanza era adibito a prigione. Arrivati sul ponte levatoio il Maggiore mi consegnò a degli agenti del S.I.M. che mi diedero un piatto di latta, un cucchiaio di legno ed una coperta lercia e piena di buchi. Scendernmo in uno stanzone sotterranneo lungo una trentina di metri, largo circa sette-otto e sulla sinistra del portone, dal lato più corto, c’erano cinque celle che ospitavano dei civili condannati a morte. La condanna era stata inflitta loro perché imboscati o per non aver partecipato alla lotta. Sulla destra dell’entrata alloggiavano (si fa per dire) i prigionieri aviatoni.
Quando entrai fui quasi aggredito dai miei compagni, alcuni dei quali mi avevano riconosciuto fin da quando attnaversai il ponte levatoio, guardando dai numerosi finestroni esistenti. Alcuni gridavano il mio nome e tutti volevano abbracciarmi. Fu una scena commovente! I più anziani stavano lì da diciotto mesi e non avevano avuto la possibilità di lavarsi, radersi e tagliarsi i capelli; soltanto un mese o due prima del mio arrivo uno dei custodi, irnprovvisatosi barbiere, compì l’operazione taglio ma niente lavaggio.
Sarà stato per non aver saputo rispondere circa eventuali accordi per lo scambio di prigionieri, sarà stato per aver ritrovato compagni che da molto tempo non vedevo e la pena che provavo vedendoli così ridotti, ma mi emozionai talmente che due lacrime mi bagnarono il volto.
Ad un certo punto quello che era il nostro capo venne a dirmi che i tedeschi si erano schierati da un po’ di tempo e mi aspettavano per salutarrni; sbattendo i tacchi e inclinando la testa mi tesero la mano pronunciando i loro nomi. Erano una decina come gli spagnoli che andai a salutare senza la cerimonia offerta dai tedeschi.
La sistemazione era molto precaria e mentre dirigevo verso la mia brandina, senza materasso e senza cuscino, mi si avvicinò un collega bombardiere, che non conoscevo, per darmi una camicia, ben piegata ma puzzolente, che a lui serviva da cuscino; un regalo prezioso perché faceva parecchio freddo. Consegnandomela mi disse che era di un condannato a morte che togliendosela gliela porse, tanto a lui non sarebbe più servita. Non fu l’unico episodio del genere perché altri, consegnando i loro indumenti, intonavano l’Inno Cara al sol, corrispondente alla nostra “giovinezza” avviandosi sul posto della fucilazione, anche se non appartenenti ad alcun partito, dimostrando un fatalismo incredibile.
La mia brandina era in un posto infelice: a circa un metro era stato praticato un foro di circa cinquanta cm. che serviva ai condannati a morte per scanicarsi per l’ultima volta. Avevano anche la possibilità di bere acqua che sgorgava da un rubinetto che le guardie aprivano in quelle occasioni mentre in altre diventava un nido di topi, che ogni tanto venivano a trovarci; le cimici e specialmente i pidocchi erano onnipresenti.
Noi potevamo servirci di due latrine poste a fianco del rubinetto che veniva chiuso quando i condannati a morte entravano nelle loro celle. A noi era proibito usufruire del rubinetto ma le latrine, che ci servivano molto poco in quanto non mangiavamo quasi niente, ci davano la possibilità di raccogliere quella piccola parte di acqua che gocciolava dal tubo di rifornimento delle cassette dello sciacquone.
Le brandine erano sistemate due a due lungo le pareti più lunghe, noi italiani da una parte, tedeschi e spagnoli dall’altra. Avevo vicino a me un sottotenente bruttino con una barba ispida che faceva spavento. Era arrivato uno o due mesi prima di me e non aveva scambiato parola con nessuno forse per il suo carattere introverso, ma più probabilmente per il rammarico e la vergogna per il modo in cui fu fatto prigioniero. Faceva parte di una pattuglia di cinque aeroplani da consegnare ad un reparto; la comandava un vecchio capitano che sbagliando rotta atterrò in un campo nemico e accortosi dell’errore commesso per l’accorrere dei nemici armati, ripartì con tre gregari mentre il sottotenente rimase a terra e fu preso.
Con le mie chiacchierate, esaltando i voli che compivamo a Gorizia, raccontando quanto era bello vivere in un ambiente formato da tutti amici, la brillante vita che conducevamo, riuscii a renderlo meno orso, tanto che continuò per tutto il tempo che passammo insieme a farmi domande su come si deve pilotare nelle varie figure acrobatiche isolate o in formazione. Incominciò così a partecipare alle discussioni anche con tutti gli altri pur mantenendo del riserbo.
Notai molto presto che dodici miei compagni, divisi in due gruppi di sei, fumavano tre volte al giorno; al mattino, dopo aver bevuto la brodaglia e mangiato i sessanta grammi di pane che ci venivano elargiti per tutto il giorno e alla sera. Chiesi di essere il tredicesimo anche perché dicevano che la misera fumatina mitigava un po’ la fame. I fornitori erano i condannati a morte che scambiavano due sigarette camel e cartine per sigarette per due pezzi di pane. In ogni gruppo c erano due specialisti; uno con una specie di lama, ricavata dalla latta dei barattoli, tagliava una sottile fetta di pane che ognuno dei componenti presentava e aveva l’abilità di non perdere una briciola, l’altro era bravissimo a manipolare una camel per ottenere tre sigarettine che consentivano ai componenti di avere una boccata di fumo tre volte al giorno.
La vita era dura ma tanti gesti di generosità mi aiutavano a sopportarla. Un giorno, dopo la distribuzione del pane, stavo dialogando con un sergente istriano (Ugo Corsi), seduti sulla brandina, quando il nostro capo invitò tutti noi a tagliare una fettina di pane per darla ad un capitano dell’Esercito spagnolo. Era arrivato alla mattina con la faccia tumefatta dalle botte e messo nella prima cella, dalla quale si usciva soltanto per andare a subire l’esecuzione.
Ero arrivato da poco, sentivo ancora astio per gli spagnoli e per tutti i maltrattamenti subiti e dissi al sergente che non avrei partecipato alla donazione. “Mangi, mangi signor Tenente, darò io anche per lei” mi rispose. E stata una dura lezione di etica e generosità; rimasi annichilito e donai tutta la pagnotta. Lo avevo conosciuto a Gorizia in seno allo Stormo dove, oltre a dimostrare le sue doti di uomo corretto, leale e generoso si distinse in volo per le sue grandi capacità. Fu abbattuto in Spagna durante il suo primo combattimento; lo stesso gli capitò nella guerra mondiale, poi non seppi più nulla di lui. Un altro sergente, sempre del mio Stormo, accettò di barattare i suoi bei scarponcini con le scarpe vecchie scalcinate di un agente del SIM dopo aver ottenuto un pugno di tabacco; lui non fumava e lo diede a noi.
Io non ho assistito, ma mi è stato raccontato dai colleghi, che un sottotenente piemontese di carattere duro e strafottente richiamava su di sé, al grido di “cavrones”, gli agenti del SIM che dopo i bombardamenti, per sfogare la loro rabbia, scendevano per picchiare qualcuno.
Un’ora al giorno ci conducevano nella fossa del castello per prendere aria e a noi serviva per spidocchiarci, mentre i soldati dell’esercito imprigionati in altra parte della fortezza godevano di quel beneficio nel patio della guarnigione. Quando questi furono trasferiti (sapemmo poi che li àvevano fucilati ai piedi dei Pirenei) un agente venne a prenderci dicendo che saremmo stati agevolati facendoci prendere l’ora d’aria nel cortile lasciato libero dai partenti. Dovevamo però comportarci come gli altri: ci avrebbe inquadrati, dato l’ordine di attenti e quello di saluto (saluto antifascista). Nessuno di noi scambiò parola sulla questione e quando, inquadrati, ci diede l’ordine di attenti, obbedimmo tutti come bravi soldatini ma quando scandì l’ordine “salut un due” nessuno si mosse. “Non mi sono spiegato” disse “quando ordinerò salut sull’uno dovete portare il pugno della mano destra sulla fronte e sul due riportare la mano al fianco”. Ci riprovò ma l’esito fu ancora negativo. Intanto, un gruppo di militari ed uno di guardie civili sghignazzavano perché i rapporti tra le organizzazioni non erano cordiali. “Non mi avete obbedito perché non sono un militare” disse, “ma chiamerò qualcuno al quale obbedirete certamente”. Si riferiva al tenente beccamorto come lo chiamavamo noi; un uomo molto piccolo, smilzo che si muoveva a piccoli scatti. Era quello che sparava il colpo di grazia ai fucilati che non riuscivano a morire sotto i colpi della mitragliatrice. Arrivò proprio lui e ci disse: “Avete fatto bene a non obbedire a quel civile, io sono un militare e mi obbedirete”. Provò due volte ad impartirci l’ordine ma senza effetto, dando l’occasione anche agli agenti di ridere e schernirlo. Chiamò allora fuori dai ranghi un sottotenente spagnolo, un ragazzone di diciannove anni e ghignando gli disse: “Tu sai chi sono io e se non ubbidirai sai cosa farò?”. E così dicendo portò la mano sulla sua pistola.
Gli diede l’ordine di attenti e lui, contrariamente a quanto aveva fatto assieme a noi allargò le gambe, i pugni ai fianchi e lo guardò spavaldamente tanto che ci fece temere di assistere ad una esecuzione.
Quando Dio volle ci riportarono nel nostro sotterraneo ed il giorno seguente un altro agente del SIM scelse due prigionieri per ogni gruppo delle tre nazionalità e chiese, prima ad un italiano, se era disposto ad andare a prendere l’ora di aria nel patio:
“Sì”, rispose, “ma senza condizioni” . Il secondo e poi gli altri quattro dissero la stessa cosa. Furono chiusi nella prima cella, anticamera della morte, e appena uscito il truce aguzzino, aprimmo lo sportello della porta per dire loro che avevamo deciso di accettare le condizioni imposteci, perché era stupido morire per così poco. “Niente da fare” ci risposero, gridando che era una loro scelta e non dovevamo fare una simile vigliaccata.
Ci affannammo a ripetere la nostra proposta ma ricevemmo insulti e improperi.
L’episodio finì senza conseguenza ma doveva essere successo qualcosa di importante.
Non abbiamo saputo se fosse stato l’intervento del nostro inquisitore all’arrivo a Barcellona o qualche rapporto ai superiori da parte dei nostri carcerieri, fatto sta che ricevemmo la visita del Governatore Negrin in persona. L’ispezione doveva averlo turbato come le condizioni in cui vivevamo perché pochi giorni dopo fummo trasferiti a Moncos (Monjos) in una chiesa sconsacrata.
Le condizioni umane ed ambientali furono molto diverse; i nostri carcerieri non erano più quelli del Mon Yuich ma avieri comandati da un tenente campagnolo; ci avevano fornito di materasso, anche se consisteva in un sacco contenente ritagli di sughero. Quello che più contava era la possibilità di avere tutta l’acqua che volevamo. Il fattore negativo era dovuto al fatto dei ritardi che aveva la camionetta con i viveri per noi e i nostri carcerieri e quando il ritardo superava le ventiquattro ore gli avieri si trattenevano la nostra razione del giorno prima. Mangiavano poco anche loro, quasi come noi.
Eravamo sistemati noi e i tedeschi nelle nicchie ai lati della navata principale e gli spagnoli dove prima stava l’altare maggiore.
Ogni mattina il tenente chiamava due di noi per riempire il serbatoio dell’acqua girando un volano del diametro di un metro e mezzo circa. A fine lavoro ci offriva una sigaretta; la prima volta io la accesi con bramosia mentre il mio compagno, che non fumava, rifiutò il fuoco del tenente; era quello che soffriva di più dei disagi e disse che l’avrebbe accesa alla sera con noi; l’ufficiale insistette a porgergli il fuoco e lui accese ma alla prima boccata cadde a terra svenuto.
Un giorno un tedesco riuscì a rientrare senza averla fumata e venne a consegnarla a noi. Era un sottufficiale, unico nel suo gruppo e, mentre gli ufficiali mantenevano un contegno riservato, lui, bonaccione, veniva spesso insieme a noi anche se non capiva una parola. Avevamo a disposizione un gabinetto ma senza lavandino; ed era così bello fare la doccia anche se al freddo e con l’acqua gelata.
 

La liberazione
Il 10 dicembre, ricorrenza della nostra patrona, la Madonna di Loreto, giunse il maggiore nostro inquisitore: ci fece inquadrare nella navata principale e scandì il nome degli italiani più anziani di prigionia, li fece uscire dai ranghi e accompagnare fuori dalla chiesa. Tra tutti i pensieri che ci passavano per la mente c’era anche quello di non vedere più i nostri quattordici compagni. Il maggiore ci rasserenò quando, rientrato, ci disse che sarebbero stati oggetto di uno scambio di prigionieri ma commise la grande ingiustizia di non permetterci di parlare con i partenti per dare i nostri indirizzi e portare notizie ai nostri cari che non sapevano se eravamo vivi o morti. Le notizie le avrebbero avute ugualmente ma con il ritardo delle necessarie ricerche. I miei genitori furono informati prestissimo; il sergente istriano (Ugo Corsi) che offrì il pane anche per me, prima di andare a casa si fermò a Trieste per informare i miei genitori, dimostrando ancora l’animo generosissimo.
Altra brutta azione commise il maggiore: quando ci comunicò che i nostri compagni da lui scelti sarebbero stati liberati disse anche a quel sottotenente che si faceva picchiare per difendere gli altri (era tra i veterani) che non rientrava nell’elenco perché non avrebbe più visto l’Italia in quanto gli aveva riservato un altro trattamento. Era una situazione difficile, non sapevamo cosa dire e se qualcuno cercava di rivolgergli la parola per incoraggiarlo rispondeva che più il tempo passava più soldi avrebbe trovato al suo rientro e più cavalli avrebbe avuto l’auto che si sarebbe comprato.
La visita medica subita dai rimpatriati diagnosticò per tutti un principio di scorbuto e forse per questo avemmo l’unica visita della Croce Rossa. Ci portarono sette sigarette, una scatoletta di vitamine ed una cartolina stampata per scrivere non più di dieci parole. Eravamo affamati e sentivamo il freddo; alcuni di noi praticarono un foro al centro della coperta, tanto da far passare la testa, per usarla come i sudamericani usano il poncho e rimanevano immobili il più possibile per non consumare le poche calorie che lo scarso cibo forniva.
I franchisti continuavano ad avanzare. Quando ci trasferimmo sentivamo già da qualche giorno il rombo dei cannoni e la nostra speranza di essere liberati entro breve tempo ci rinfrancava. Ci portarono sempre più ad est e precisamente nell’aeroporto di Figueras che dista pochi chilometri dalla catena dei Pirenei. Le condizioni non migliorarono; ci rinchiusero in due per cella, trovammo però branda, lenzuola e cuscino ed era un grosso vantaggio coricarsi nudi per non essere mangiati dai pidocchi. Lo svantaggio era rappresentato dalla poca disponibilità dell’acqua, le poche sigarette e il dover stare tutto il giorno soli, in due, senza poter scambiare parola con gli altri. Gli avieri erano dei bravi ragazzi e accorrevano sollecitamente quando bussavamo alla porta della cella.
In gennaio abbiamo avuto la visita di una commissione dell’Aeroclub di Francia che ci inviò poi viveri, sigarette e vitamine; a noi arrivò una scatola capiente ma il contenuto era ridotto ad un quarto di quello che era stato alla partenza.
Il tenente aveva già avuto sentore che qualcuno voleva fucilarci; si premunì e quando arrivarono gli anarchici per farci scavare la fossa, radunò tutti gli avieri, muniti di fucili e bombe a mano, li affrontò e li fece allontanare. Il 5 febbraio ci avvisarono di non svestirci per essere pronti a fuggire e il mio compagno di cella che è stato sempre vicino a me mi consegnò un chiodo lungo sette centimetri dicendomi: “Tienilo tu che sei più forte, ci difenderemo!”. In tanto tempo che siamo stati assieme e con la poca possibilità di nascondere qualcosa non mi accorsi che teneva questa “terribile” arma. L’ansia cresceva di ora in ora e nessuno ci diceva nulla, ma finalmente il giorno 6, all’imbrunire, ci aprirono le porte e, raccomandandoci il massimo silenzio, ci fecero letteralmente stipare in un camion che ci portò ai piedi dei Pirenei. Fortunatamente durante la salita gli avieri trovarono in un camion rovesciato in una scarpata un sacco di farina di castagne che divorammo in pochi minuti. La marcia era lenta, le nostre forze erano piuttosto scarse e ad una certa quota ci fermammo per riposare.
Eravamo rimasti diciotto italiani; divisi in due gruppi di nove, ci sdraiammo pancia contro schiena coprendoci con le coperte che ci eravamo portati appresso.
All’alba del giorno seguente riprendemmo il cammino ma questa volta senza mangiare e camminammo al buio prima di raggiungere un altro posto di sosta. Con lo stesso procedimento della sera precedente ci coricammo, ma per poco. Arrivò il maggiore e ci fece spostare con molte precauzioni: c’erano dei miliziani che fuggivano per rifugiarsi in Francia. Ancora una giornata di marcia dopo che il maggiore ci fece spostare tre volte fino a quando ci aggregò ad un gruppo di aviatori nostri avversari che ci accolsero cordialmente.
Raggiunto il posto di frontiera gli altri aviatori poterono oltrepassare il confine mentre noi dovemmo attendere in piedi per due ore prima di essere accompagnati a Bejuls in una grande stalla. Qualche fanatico intonò “Giovinezza” e altri si unirono a noi prima di un altro spostamento. A Port Vendres rimanemmo per due giorni in un magazzino dove trovammo della paglia per un buon giaciglio.
Il giorno seguente i tedeschi ebbero la visita di un diplomatico che lasciò loro dei soldi che spesero in pane e sigarette; più tardi gli spagnoli ebbero una simile gratificazione e noi niente! Soltanto verso sera arrivò un console (non so da dove) e ci invitò a cena dicendo che sarebbe tornato più tardi. Pensammo fosse andato a cercare una bettola adatta a ricevere la non troppo elegante compagnia ma non era così. Tornò presto e ci condusse in un buon ristorante facendoci entrare da una porta secondaria. Avevamo una sala riservata e ci abbuffammo. Non eravamo quasi mai tutti a tavola perché spesso qualcuno non abituato non riusciva a tenere nello stomaco tutto quel ben di Dio.
Partirono i tedeschi, gli spagnoli ed infine noi per Narbonne dove alloggiammo in un albergo più che decente. Al grido: “Ragazzi nelle camere” partimmo come razzi. Il nostro accompagnatore ci aveva raccomandato di svestirci appena entrati in camera e di buttare le nostre tenute nel cestino dei rifiuti che sarebbero state immediatamente ritirate; il mattino seguente ci avrebbe fatto trovare indumenti nuovi.
Camera singola con bagno, letto con materasso, lenzuola bianchissime, coperta di piumino che non pesava niente e sapone in doccia. Non riuscivo a prendere sonno: quel letto così morbido, il cuscino e la temperatura adeguatamente regolata mi davano l’impressione di essere in volo. Al mattino quando chiamai la cameriera e chiesi la colazione la ragazza sorridente mi disse che ne avevo già fatte due però fu sollecita a servirmi nuovamente. Dopo la terza, mentre gli altri, con il lenzuolo sulle spalle, andavano a scegliere gli indumenti più adatti alla loro corporatura, feci ancora la doccia allungando il mio ritardo.
Ero buon ultimo e trovai l’organizzatore un po’ contrariato; trovai un completo per una persona normale e non descrivo il modo in cui ero conciato; non aveva molto importanza! Sentivo ancora il profumo del sapone e non i morsi dei pidocchi.
Dopo varie telefonate e telegrammi partimmo per Ventimiglia dove ci attendeva nientemeno che un Maggiore, non so se pilota o meno; c’erano anche due funzionari della Fiat, dato che il CR era prodotto da loro, per darci il benvenuto e offrirci vantaggiose condizioni per l’acquisto di una loro automobile.
Il viaggio Ventimiglia-Roma lo facemmo quasi tutto nel vagone ristorante, grazie alla benevolenza del personale addetto. Ci avevano prenotato cabine letto doppie ma pochi le usarono.
Avevo telefonato alla mia fidanzata per darle l’orario del nostro passaggio da Grosseto e quindi ultimare il viaggio insieme ma rispose la sorella e forse per l’emozione non capì bene e le diede un altro orario. Mi aspettò lo stesso sulla pensilina e non mi individuò anche se cercavo di farmi riconoscere agitando le mani; ero troppo magro e mal vestito. Mi riconobbe solo quando l’abbracciai.
Gli ex prigionieri, al loro rimpatrio, devono subire una specie di processo per conoscere il loro comportamento in terra nemica. Dovemmo aspettare otto lunghissimi giorni per essere ricevuti dal Ministro dell’Aviazione, per sentirci dire che avrebbe cercato di trattarci come quelli che avevano portato a termine le loro azioni.
 

La vita ricomincia – di nuovo a Gorizia con il 4°Stormo
La vita era diventata ancora meravigliosa; volare con la pattuglia acrobatica di Squadriglia, ottenere tante soddisfazioni addestrando nuovi arrivati con eccellenti attitudini al volo, vivere la vita coniugale con una donna che amavo moltissimo, avere come frutto del nostro amore una bellissima bambina mi creava l’impulso di ringraziare sempre mamma Aeronautica.
Ai tanti piaceri dovetti registrare due brutte sorprese: la prima e più importante fu quella della partenza di S.A.R. il Duca d’Aosta nominato Viceré e spedito in A.O.I. Si diceva che lo zio Re preoccupato della grande e meritata notorietà del nipote l’avesse trasferito perché non potesse creargli fastidi. La seconda, quella della sostituzione del CR 32 con il CR 42. Aveva quasi le stesse caratteristiche ma il profilo del primo non lo avrà mai nessun’altro aeroplano al mondo.
Non è stato tutto rosa e fiori perché ebbi il mio quarto incidente di volo: era una giornata di maltempo con forti raffiche di vento e nessuno volava ma il Comandante di Squadriglia decise di esibirsi con due gregari esperti. Era difficile stargli vicino; in aria c era molta turbolenza tanto da farci ballare notevolmente.
Durante una virata in cabrata sul centro della città il mio motore mi piantò secco; diressi immediatamente verso il campo poco distante, sperando che il vento in coda mi consentisse di arrivarci. Non fu così! Dovetti eseguire un atterraggio di fortuna in un orticello tra la ferrovia ed un gruppo di case. La manovra mi riuscì e avevo quasi smaltito la corsa di rullaggio ma a causa di un fossetto capottai e mi produssi delle ammaccature.
La promozione in S.P.E. non arrivava e le notizie non erano buone: al Ministero si erano accorti che ne avevano elargite troppe e chiusero le concessioni. Ero abbastanza sereno perché il Comandante dello Stormo, prima della mia partenza per la Spagna, aveva promesso che avrebbe inoltrato la domanda per meriti speciali. In caso negativo avrei rinunciato al grado e sarei rimasto aviatore magari sottufficiale.
Gioia profonda quando S.A.R. rientrato dall’A.O.I. per contatti col Ministero, in uno dei suoi scali a Gorizia per raggiungere la famiglia, che era rimasta al Castello di Miramare, tenne un rapporto ufficiali e tra l’altro disse di aver vinto una buona battaglia annunciando di aver avuto la promessa della promozione mia e di un collega.
A parte mi disse che aveva dovuto far incamerare nella mia anche le due proposte di concessione di Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Nonostante la promessa il mio collega non ebbe tale riconoscimento, probabilmente per non aver svolto sufficiente attività alle Isole Baleari, dove i reparti Caccia non erano molto impegnati.
Arrivò il Decreto del mio passaggio in S.P.E., con un’anzianità insperata: ricorreva dalla mia nomina a sottotenente; poco dopo arrivò anche la nomina a tenente con una buona retroattività.
 

Di nuovo in guerra
La dichiarazione di guerra ci colse quando l’altro Gruppo dello Stormo era già partito per l’Africa settentrionale. Noi partimmo per Mirafiori per operare sul fronte occidentale. Ci fermammo pochi giorni e ci trasferimmo in Sicilia per operare sul cielo di Malta. Qui successe uno strano episodio che qualche tempo dopo sul cielo d’Africa avrebbe potuto costarmi caro. Eravamo sulla verticale di Malta e tutti vedemmo un velivolo che volava ad una quota poco superiore alla nostra e nessuno pensò potesse essere un aereo inglese; soltanto al debriefing capimmo che si trattava di un Gloster.
Partimmo poi per Bengasi dove sostammo per alcuni giorni per una modifica alle graffette delle mitragliatrici in quanto la sabbia poteva dar luogo ad inceppamenti. I lavori si susseguivano a turno, Squadriglia dopo Squadriglia e la prima a raggiungere il fronte ebbe un triste esordio: fu attaccata in fase di decollo da una formazione nemica e subì dolorose perdite.
Da El Adem (a pochi chilometri da Tobruch) andavamo in volo con serenità perché guidati da un uomo capace e coraggioso (Ernesto Botto); era sempre lui il primo, anche se le sue condizioni fisiche menomate da molteplici trasfusioni di sangue, lo costringevano molte sere a letto colpito da febbre. Non si andava quasi mai in volo con tutto lo Stormo ma una mattina all’alba partimmo tutti e raggiungemmo una quota relativamente alta. Non avevamo le maschere per l’ossigeno e usavamo un bocchino che funzionava piuttosto male e talvolta qualcuno veniva colpito da anossia più o meno leggera da procurare uno stato confusionale che spariva dopo aver perso qualche centinaio di metri di quota.
Comandavo l’ultima pattuglia di tre aeroplani e scorsi, poco distante da noi, un velivolo che volteggiava ad una quota un po’ più alta della nostra. Le condizioni di visibilità erano scarse a causa di una foschia abbastanza consistente e non distinguevo se era uno dei nostri. Ricordando l’episodio su Malta, lasciai la formazione e lo inseguii; stavo già per provare le armi perché lui cercava di difendersi credendoci nemici e soltanto quando lo collimai mi accorsi che era uno dei nostri. Mi avvicinai sbattendo le ali e in qualche modo si aggregò. Avevo intuito che era entrato anche lui in stato di anossia e perse quota rapidamente. Dopo una picchiata di un migliaio di metri si riprese e iniziò a sbattere le ali in segno di contentezza e gratitudine.
Il 1° novembre (dal libro di Duma e dal memoriale di Ernesto Botto risulta il 20 novembre) persi il più caro dei miei gregari (Carlo Agnelli) in un duro combattimento. Eravamo in volo con tutto il Gruppo e le tre Squadriglie erano scaglionate in quota: la prima a bassa quota, per la scorta diretta ad un ricognitore, la mia a tremila metri e la terza più alta. La Squadriglia più alta aveva già ingaggiato combattimento (su Bir Emba) e vidi un nostro aereo in picchiata quasi verticale (candela) inseguito da un Gloster; mi rovesciai violentemente tanto che i miei gregari non furono in grado di seguirmi. Arrivato a distanza di tiro potevo sparare all’inseguitore ma c’era il pericolo di colpire anche il nostro compagno; non potevo guardarmi in giro perché la mia attenzione era diretta a collimare il nemico al momento giusto e in direzione di sicurezza. Fui attaccato da due Gloster e la prima sventagliata mi portò via l’elica, così senza motore dovetti giostrare soltanto per difendermi; violente cabrate in candela, virate, rovesciamenti a vite non sono stati sufficienti a non farmi colpire ancora ma per fortuna non in parti vitali. Persa tutta la quota atterrai in qualche maniera. Gli inglesi che avevano smesso di spararmi già quando ero in fase di planata mi sorvolorano salutandomi, agitando le mani.
Ero nella cosiddetta zona di nessuno ma in realtà era loro; scorazzavano in lungo e in largo con le loro autoblindo. Tentai di incendiare l’aeroplano ma non vi riuscii. Esperienze fatte da colleghi mi consigliarono di portare via il paracadute e utilizzarlo, in caso di necessità, per fare segnalazioni per eventuali ricerche in mio favore, usarlo per fasciature in caso di distorsioni o punture di insetti. Era pomeriggio inoltrato ed il sole, in fase calante, mi fu utile per l’orientamento; le difficoltà sorsero al suo tramonto: vedevo fari di automezzi che probabilmente, da segnalazione di due piloti che mi avevano abbattuto, avevano ricevuto l’ordine di perlustrare la zona e catturarmi. Le mie conoscenze di astronomia sono molto scarse ma miracolosamente mi ricordai che un amico mi disse che in quel periodo, la linea immaginaria che unisce Sino e Venere segna la direzione est-ovest. La lezione di astronomia mi fu utilissima: tutte le volte che scorgevo fari di automezzi dovevo tuffarmi per non farmi vedere e tutte le volte che mi rialzavo, se non avessi avuto l’ausilio delle stelle mi sarei diretto istintivamente in tutt’altra direzione. Camminavo e correvo da parecchio tempo quando inciampai su un filo e sicuro che si trattasse di una linea telefonica tra due nostre postazioni me lo misi all’interno del gomito e lo seguii puntando a nord. “Altolà” sentii finalmente intimarmi: risposi e caddi stremato. Per tutto il tempo che durò la fuga non avevo mai sentito stanchezza, fame, sete o voglia di fumare; fu proprio la fiamma del mio accendisigari che segnalò la mia posizione ad un tenente che si avvicinò rapidamente. Sentito il mio racconto mi chiese un documento che io non avevo e diede ordine alle guardie di arrestarmi. Mi rivolse l’invito ad alzarmi ma non riuscii ad accontentarlo: gli chiesi di chiamarmi un suo superiore; chiesi di farmi aiutare dalle guardie e sentito chi ero e perché ero là mi fece accompagnare in una tenda. Ero arrivato in un ospedale da campo. Voleva curarmi le graffiature del viso che mi ero procurato tuffandomi nella sterpaglia ma lo fermai e gli domandai di guardarmi prima i piedi dato che mi facevano più male. Calzavo degli stivaletti un po’ troppo grandi che col movimento mi crearono delle enormi vesciche su tutta la pianta del piede.
Si fece giorno e un maggiore, che aveva chiesto l’autorizzazione, mi fece accompagnare in una sede di uno Stormo più avanzato del nostro. Da questa base raggiunsi la mia con una Caprona (CA 133 addetto ai trasporti) pilotata da un collega caro e simpatico con cui ci ritrovammo dopo qualche anno nello stesso reparto dove diventammo molto amici.
Allo Stormo non avevano avuto notizie; mancavamo in tre e sapevano soltanto, perché visto, che un sergente si era lanciato con il paracadute. Avevano visto anche un nostro velivolo sfracellarsi dopo un furioso combattimento e pensarono che il pilota fossi io perché l’altro, il mio caro gregario, era troppo giovane ed inesperto per tenere a bada i tre nemici. L’incontro con il mio Comandante fu tragicomico: mi recai nella sua camera e lui, Gamba di Ferro (Ernesto Botto), mi aspettava sulla soglia e spiccando un salto dai tre gradini che ci dividevano, mi rovinò addosso; io con i miei labili sostegni non riuscii a sostenerlo e finimmo a terra ma abbracciati. Con questo episodio ebbe fine il mio quinto incidente di volo.
La Squadriglia aveva ricevuto l’ordine di inviare a Torino un tenente anziano per il ritiro di alcuni velivoli e il Comandante chiamò me ed un collega (s.ten. Neri De Benedetti)  perché ci mettessimo d’accordo su chi dovesse partire. Il mio grande amico non volle discutere: dovevo partire io perché ero sposato e avevo una figlia di pochi mesi. Mi affannai a dire che la mia situazione familiare non poteva entrarci e che lui aveva la fidanzata a Milano e quindi in situazione simile alla mia. Non ci fu niente da fare. Testardamente continuò nella sua versione fino a quando il Comandante, tagliato uno stecchino in due parti, disse: “Chi prenderà la parte più lunga partirà”. La parte più lunga toccò a lui, ma buttò lo stecchino sprezzantemente dicendo che non sarebbe partito. Il Comandante era nostro amico, ma gli disse: “E un ordine, devi partire”. E lui rispose: “Me ne frego” e partii io.
Il rientro a El Adem fu drammatico, lui non c’era più. Il dolore immenso fece scaturire una rabbia contro me stesso per aver accettato di partire al suo posto che talvolta mi perseguita ancora. Alla sera si rimaneva al circolo a discutere o a giocare a bridge ma qualche volta si usciva all’aperto per osservare i tiri della contraerea di Tobruc contro i bombardieri nemici o ad ammirare le stelle e fu in una di queste sere che appresi nozione della relazione tra Sino e Venere. Eravamo seduti sui gradini del circolo quando arrivò un ufficiale incaricato di consegnare al Comandante (magg. Vincenzo Dequal) del primo Nucleo di Aerosiluranti (S79) , arrivato da pochi giorni dalla scuola di Gorizia, il primo ordine di missione. Ad uno degli amici saltò in testa un’idea balzana e ci raccontò che quando era alle Baleari, talvolta si imbarcava su un aereo dei bombardieri che agivano in Catalogna e mi propose di chiedere al Comandante, che era un mio concittadino, il permesso di salire a bordo dei due velivoli che dovevano compiere la missione. Mi rifiutai parecchie volte poi alla fine, temendo di essere considerato codardo, accettai. Evidentemente il maggiore, oltre a negarmi il permesso, mi diede dello sconsiderato. Non rimasi male, anzi; non mi andava a genio di partecipare a quella missione ma gli altri due decisero di salire furtivamente su un aereo. A questo punto li seguii e mentre loro, con un solo paracadute, si nascosero su un aereo, iosenza aver trovato un paracadute salii sull’altro. Il mio era quello del capo coppia e mi nascosi in un angolino proprio in coda alla fusoliera ma dopo il decollo mi spostai vicino ad un finestrino, tanto ormai non potevano lanciarmi nel vuoto. Era buio pesto e sul mare non si vedeva niente ma qualche minuto più tardi vidi qualche cosa che mi sembrò un razzo di segnalazione e mi avvicinai al pilota che meravigliato mi guardò con tanto di occhi, e seguì le mie indicazioni individuando la flotta. Con una violenta virata in picchiata si portò a pelo d’acqua dirigendo verso una delle navi e sganciò il siluro. Si accorse di averla colpita e si mise a volteggiare per vederla affondare. Sapemmo in seguito che si trattava dell’incrociatore Liverpool trainato poi nel porto di Alessandria.
Il pilota era un tenente molto brillante e un valido acrobata, ma essere coraggiosi è un conto, essere incoscienti è un altro. Eravamo bersaglio di nutrite scariche di artiglieria contraerea e fui invaso da una delle più grandi paure della mia carriera. Ero stato bersagliato altre volte ma la possibilità di controbattere o manovrare per difendermi dagli attacchi mitigava, anche se si trattava pur sempre di paura, quest’ultima; a bordo del silurante ero inerme e inerte.
Un’altra fustigazione mi attendeva all’atterraggio: c’era molto personale in linea di volo, compreso il Colonnello (Michele Grandinetti), e quando scesi dall’aereo mi investì come se volesse uccidermi gridandomi gli impropeni più cattivi del suo vocabolario ricco di queste espressioni. Quello che mi sconvolse fu quando disse che ero la causa di avergli fatto perdere i due pilastri del suo reparto e che il giorno seguente mi avrebbe spedito in Italia per scontare gli arresti in fortezza. Capii il suo stato d’animo perché effettivamente l’attesa era stata lunga; la cosa si complicava sempre più per aver perso il contatto con il gregario, che, perso l’orientamento, era atterrato alla fine dell’autonomia. I miei due compagni si costituirono e tutto finì in gloria.
Il periodo della prima ritirata fu molto duro e triste; eravamo rimasti in pochi e con pochi velivoli. Il nostro compito più importante era quello del mitragliamento alle autoblindo e in uno di questi mi successe il sesto incidente di volo. Dovevamo decollare da El Adem e atterrare più ad ovest, a Derna. Dopo il mitragliamento in fase di rientro e in cabrata scorsi un Hurnicane che puntava, da più alto e a sinistra, la nostra formazione.
Ero, come spesso mi succedeva di essere, il leader dell’ultima pattuglietta di tre velivoli; tirai una decisa virata in cabrata e ci incrociammo muso contro muso sparando. Dopo di che, con violento rovesciamento lo inseguii e staccai i miei gregari che non poterono seguirmi in una manovra tanto decisa e atterrarono a Derna dicendo che avevo abbattuto il nemico; non seppi mai se fosse vero ma non volli che mi fosse assegnato anche perché le forti sollecitazioni infertemi dalle violente manovre mi lasciarono in stato di semi-incoscienza. I miei due gregani asserivano che avevo ottenuto la vittoria perché, da lontano, avevano visto che facevo festa eseguendo delle grandi e strane cabrate e virate. Ero invece entrato in quello stato nebuloso e vedendo la terra avvicinarsi tiravo la cloche per riprendere quota. Mi diressi verso El Adem e sentendo che stavo per svenire atterrai fuori campo per il sesto incidente di volo. L’aereo ebbe pochi danni e fui soccorso da un collega richiamato in servizio che era anche medico.
Le condizioni di magra degli ultimi tempi, in cui ci si nutriva esclusivamente di carne in scatola, contribuirono senz’altro a lasciarmi in non buone condizioni fisiche per sostenere la fatica notevole per la quantità di lavoro che dovevamo svolgere e fu una causa degli sballottamenti subiti nell’abitacolo dove mi produssi una ferita alla mano e ruppi l’orologio. Il velivolo fu rimesso in efficienza in poco tempo e dopo qualche ritocco al terreno dove ero atterrato potei ripartire per Derna.
Una mattina, che seguiva una giornata di intensa attività, mi scappò di dire ad un amico che soffrivo di un po’ di mal di testa; neanche a farlo apposta arrivò subito l’ordine per una missione con due sezioni di tre velivoli ciascuna e una di queste avrei dovuto portarla io. Il gruppo era comandato da un capitano, uomo e pilota eccezionale e valorosissimo; il mio collega si recò da lui, gli disse che non mi sentivo bene e chiese di prendere il mio posto e ottenne il permesso di sostituirmi. A nulla valsero le mie rimostranze e lo stato d’animo che mi pervase fu indescrivibile: senso di colpa e vigliaccheria mi annientarono e ognuno dei novanta minuti che durò la missione lo passai in una tale agitazione che mi sembrava di impazzire al pensiero di non vederlo più. Anche quando li vedemmo in lontananza, in fase di rientro mi sembrava di contarne cinque anche quando, con pacche sulle spalle e beffeggiamenti, mi dissero che erano sei.
 

Ancora a Gorizia
Rientrammo a Gorizia a fine anno per un turno di riposo e addestramento ai giovani ancora sui CR. Arrivò l’ordine di inviare a Bologna due aerei sperimentando così un razzo illuminante da lanciare sul bersaglio a beneficio dei bombardieri. Questa volta non ebbi esitazioni. La sorte era toccata a me e non aderii alle proposte di tutti i colleghi di sostituirmi perché ero uno degli unici ammogliati. È stato un periodo breve ma piacevole; di giorno volavo in coppia con il mio gregario e di notte, se non effettuavamo prove per le modifiche necessarie al sistema di lancio, mi divertivo a volare con figure acrobatiche anche senza punti di riferimento, causa l’oscuramento.
Il Comandante dello Stormo era burbero e severo con i suoi ma affabile con me; mi disse di compiere giravolte sul cielo della città per dare l’impressione ai cittadini di essere difesi in caso di bombardamenti, ma di non incoraggiare i suoi a fare altrettanto: aveva perso da poco tre equipaggi sull’Appennino per queste ragioni.
Rientrati a Gorizia un tenente più anziano di me (Giulio Rainer) mi chiese di partire con lui in una sezione di sei velivoli per eventuali allarmi e difesa della città di Brindisi; eravamo amici e per stima reciproca accettai.
Svolgemmo solo attività addestrativa perché non vi fu nessun allarme. Eravamo a tavola quando un cameriere venne a chiamarmi per rispondere ad una telefonata; era il colonnello capo ufficio operazioni del Ministero. Mi conosceva perché era stato mio comandante di Gruppo. Mi chiese se gradivo essere inviato sui vari fronti con aerei muniti di macchina cinematografica per riprendere fasi salienti di tutte le attività delle varie specialità della nostra Arma e trasmetterle durante i film Luce. Si trattava di aggregarsi ai Gruppi da caccia e partecipare a combattimenti, mitragliamenti e scorte ai bombardieni.
Il colonnello che mi aveva fatto la proposta di diventare cineasta mi imbrogliò. Avevo accettato perché mi aveva promesso che non sarei stato trasferito dal mio Stormo e avrei svolto l’attività temporaneamente, ma non fu così. In uno dei tanti rientri a Roma dovetti assistere alla rassegna fatta dal Duce al mio Stormo che era in partenza per il secondo ciclo di operazioni col nuovo Macchi 202. Il mio profondo rammarico di non essere con loro fu mitigato dalla promessa formale fattami dallo stesso colonnello di rimandarmi al Reparto appena ottenuta la promozione a capitano.
 

A Campoformido con la 73^ Squadriglia
Arrivò la promozione e l’assegnazione al mio vecchio Stormo rischierato a Udine perché a Gorizia avevano istituito la Scuola Caccia e Siluranti, e arrivò pure un maschietto a rallegrare la mia famigliola.
Mi fu assegnato il compito di comandare una Squadriglia (la 73^). Facevo la spola tra Udine e Gorizia ed un giorno viaggiai con il pittore Crali che aveva ottenuto l’autorizzazione ad essere portato in volo da noi per provare le sensazioni visive date da voli acrobatici che poi raffigurò su tela. Si recava a Udine per una riunione di artisti presieduta da Filippo Marinetti, maggiore rappresentante del movimento futurista, e mi chiese di raccontargli l’avventura del mio lancio col paracadute, per dipingerla. Raccontò quello che aveva sentito da una giovane poetessa che, in estemporanea, scrisse e lesse un brano al congresso. Un collega che si interessava d’arte, presente alla riunione, mi portò la poesia in originale.
Terminato il periodo di addestramento dei giovani partimmo per il terzo ciclo di operazioni con la consueta sosta in Sicilia.
Sostenemmo cruente battaglie ed avemmo dure perdite. Quando arrivavamo sul cielo di Malta, molto spesso gli Spitfire ci piombavano addosso da una quota superiore; avevano i radar e captavano le nostre partenze. Durante una missione di scorta ai bombardieri, gli Inglesi ci accolsero con un nutrito fuoco di artiglieria contraerea riempiendo il cielo di nuvolette bianche; le guardavo quasi godendomi lo spettacolo quando una scheggia mi forò la tubazione del carburante e la relativa perdita di esso mi procurò il settimo e più grave incidente di volo. Il motore mi piantò in mezzo al canale; vedevo la costa e speravo di trovare un arenile per atterrare ma, quasi alla fine della planata, dovetti constatare che era tutta frastagliata e atterrai in qualche maniera in un prato.
 

L’ invalidita’ permanente al volo
Non ricordo niente della manovra effettuata. Seppi però in seguito che l’indagine tecnica stabilì che lo spazio era insufficiente per un atterraggio di fortuna e l’impatto con il terreno e la conseguente forza d’inerzia, dovuta alla velocità e al peso dell’aereo, provocò la rottura dei sostegni del seggiolino; per questo fui sbattuto violentemente contro il cruscotto. Seppi anche che mi trasportarono all’ospedale di Licata e successivamente, in coma, a quello di Palermo.
Riprendendo lievemente i sensi avevo l’impressione di essere accarezzato da un angelo; era invece una anziana signora che da cinque giorni mi stava vicino e con una garza mi puliva il viso dal pus che mi usciva dalle ferite. Il primo intervento chirurgico è stato terribile! Mi era stata praticata l’anestesia generale ma al primo contatto con una pinza sentii un gran dolore e dissi al chirurgo di smettere perché sentivo troppo male; ero completamente sveglio e lui non rispondeva continuando a tormentarmi. Supplicavo le due suore, che lo stavano assistendo, di intervenire per convincerlo a desistere perché il dolore diventava lancinante. Prima di svenire inveii contro tutti tre per la loro indifferenza.
Il Comandante di Aerosicilia e il Cappellano Militare chiesero al direttore dell’ospedale di trasfenirmi al centro Mutilati di Milano e avuta risposta negativa decisero di farmi scappare. Il Cappellano Militare e un infermiere mi fecero salire furtivamente su una macchina e con un aeroplano mi accompagnarono a Milano.
Al Centro Mutilati ebbi la fortuna di incontrare l’insigne dottor Sanvenero Rosselli, che mi visitò e diede ordine di portarmi, il giorno seguente, nel suo ambulatorio privato dove disponeva di una migliore attrezzatura. La diagnosi fu: frattura commista delle ossa nasali proprie, setto nasale e arco zigomatico destro, più contusioni varie. Mentre mi praticava delle iniezioni per l’anestesia locale disse che era stato un grave errore quello di avermi fatto quella generale. Dopo avermi applicato un divaricatore alle narici incominciò il suo lavoro con attrezzatura idonea; mi faceva male quando usava il seghetto ma soprattutto con scalpello e martelletto; però non era niente in confronto alla prima operazione a Palermo. Finito l’intervento mi tamponò le narici e mi copri il naso con un involucro metallico e mi fece mandare in licenza di convalescenza per tre mesi.
Dopo un altro intervento, più doloroso del precedente, il periodo di permanenza in ospedale fu più lungo. Dovevano medicarmi le ferite e sottopormi ad applicazione elettro-galvaniche per curare la diplopia con paresi del muscolo grande obliquo, sorta per la frattura dell’arco zigomatico.
Talvolta i feriti non costretti a letto, venivano accompagnati ad assistere a manifestazioni teatrali, sportive e altro, ma io non partecipavo perché il naso metallico mi dava un aspetto terrificante. Una sera dalla mia cameretta sentii un gran baccano, mi affacciai alla finestra e vidi tanti degenti spensierati e allegri; scesi per godere della loro allegria e appena uscito, un tenente degli alpini, grande e grosso, al quale avevano amputato una gamba e un braccio, mi strinse e mi gridò con tutta la sua forza: “Capitano, soltanto alpini ed aviatoni conoscono il grido dell’aquila” e si mise a piangere. Anch’io mi commossi.
Al rientro dalla seconda licenza di convalescenza, sempre di novanta giorni, il bravo chirurgo mi levò l’involucro metallico e i tamponi e compiaciuto mi disse che tutto andava bene ma che doveva rioperarmi per darmi un aspetto estetico migliore. Erano più di sei mesi che non respiravo dal naso con il disturbo che si può immaginare; ora respiravo bene e rifiutai un ennesimo intervento.
Mi fece preparare una specie di casco fatto su misura con due piccoli bracci che premevano il naso dalle due parti e mi raccomandò di portarlo il più possibile.
All’Istituto Medico Legale fui dichiarato non idoneo al volo e inviato in licenza per altri tre mesi. Avrò fatto forse un mese quando il Comandante dello Stormo mi telefonò dicendomi che aveva bisogno di me e di raggiungerlo a Bresso dove il reparto era a riposo in attesa dei Macchi 205.
Conoscendo le condizioni disagiate che avrebbero trovato in Sicilia, intendeva incaricarmi di svolgere tutte le pratiche burocratiche per le riparazioni dei velivoli e quelle logistiche per ospitare i piloti in breve riposo e ricevere i nuovi piloti assegnati e farli addestrare dai piloti che avrei avuto a disposizione.
Lo Stormo partì ed io raggiunsi Ciampino con tutto il materiale, poi Foligno e infine definitivamente Pescara.
Con il passare del tempo stavo migliorando e, anche se oberato di lavoro, quando c’erano aeroplani in volo uscivo e diventavo nervoso per il non poter volare. Vinse la voglia e commisi una grossa indisciplina: cominciai a volare con i giovani; tanto non c’erano superiori a controllarmi ed i piloti mi assicuravano il loro silenzio.
Nonostante ciò il Comandante lo venne a sapere e in occasione di una sua visita con il generale che comandava la caccia, mi mandò immediatamente all’Istituto Medico Legale per farmi fare idoneo al volo. Non solo mi scartarono, ma mi giudicarono non idoneo al servizio militare.
Dovetti dare le consegne ad un capitano che pochi giorni dopo fu fucilato dai Tedeschi insieme ad un tenente. Arrivai a Gorizia in quel nefasto 8 settembre 1943 che sconvolse questa nostra cara Patria.